Un ospedale per curare le malattie sociali

L’arte può essere usata come uno strumento espressivo e terapeutico all’interno della società e il padiglione Israele della 58° Biennale d’Arte di Venezia ne è la prova. Ve lo anticipiamo subito, non vogliamo stilare classifiche o farvi sapere quanto ci è piaciuto questo padiglione più degli altri ma è successo qualcosa dopo aver fatto quest’esperienza alla Biennale di Venezia e ve lo vogliamo raccontare. Innanzitutto vi diamo un po’ di contesto per farvi capire dove ci muoviamo. Il titolo della Mostra d’Arte Internazionale di quest’anno fa già presagire qualcosa di interessante, appunto. MAY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES, pare più che un auspicio una minaccia perché l’interessante che si prospetta non è sempre rose e fiori e se sono rose hanno le spine e se sono fiori sono velenosi o carnivori. Partiamo  inoltre da un presupposto. Una di noi questo padiglione l’ha esperito e l’altra no ma non vi diremo chi perché non è questo quello che conta. Quello che realmente ha importanza è l’impatto emotivo, sociale, sostanziale che venire a conoscenza di questo percorso ha avuto sulle nostre esistenze. (ALLERTA SPOILER). Il padiglione, infatti, è stato trasformato per l’occasione in un ospedale, il Field Hospital X (FHX), in cui il visitatore è accolto da infermiere.

Sala di attesa del Field Hospital

Sala di attesa del Field Hospital. Già dal fatto di doversi prenotare si capisce che qualcosa di diverso c’è qui dentro e lo si capisce anche dal fatto che l’interno, partendo dall’ingresso è allestito come la sala d’attesa del dottore (anche se in qualche modo assomiglia anche al gate di un aeroporto, coincidenza?). Una ragazza molto professionale accoglie i visitatori e spiega che una volta preso il numero bisognerà aspettare il proprio turno, che significa dover aspettare anche due, tre ore. Non c’è fila però o meglio non c’è tanta fila. Sono quasi tutti seduti a guardare sullo schermo piuttosto grande dei messaggi non molto chiari ad una prima osservazione superficiale. Qui viene proiettato un video in cui Aya Ben Ron, artista dell’installazione e fondatrice della clinica, annuncia che si tratta di un centro “dove voci tacitate possono essere sentite e ingiustizie sociali possono esser viste”. Le teorie della ricezione artistica si sono sviluppate in Germania alla fine degli anni Sessanta e sottolineano come il processo di fruizione possa diventare parte costitutiva dell’evento artistico stesso. E questo processo avviene fin dal momento in cui il paziente visitatore mette piede nell’ospedale e in cui gli viene chiesto di essere paziente poiché la cura ha bisogno di tempo. Una volta preso il numerino, il rischio di scoraggiarsi è grande. Mancano SOLO trecentosettanta numeri e poi arrivi tu. Il tempo è poco e allora si sfida la sorte. Infili in tasca il numero e ti dici che se è destino quando tornerai dopo aver fatto un tour de force dei Giardini della Biennale ci tornerai e vedrai anche questo. 

Ti avvicini al desk dove consegnano quelle che loro chiamano ATTREZZATURE DI CURA, ovvero un opuscolo che può essere scelto e un bracciale di carta con una frase. I DON’T WANT TO THINK ABOUT IT. È tutto molto confuso all’inizio ma forse è meglio così. Dopo aver consegnato il materiale, l’ATTREZZATURA DI CURA, ti fanno indossare dei copri scarpe e questo fa subito entrare nel mood di un ospedale dove tutto deve essere sterile e perfettamente pulito. Ti siedi e di nuovo si aspetta il tuo turno. Ci sono tre cabine insonorizzate all’interno dove ti dicono che puoi urlare. Urlare? Perché? Hai  tre possibilità di urlare. Una da sola. Una insieme alla voce e un’ultima ancora da sola. Ok, lo ammettiamo. La cosa mette a un po’ in soggezione, poi trovi il coraggio e lo fai. aaaaaaaaaAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAaaaaaa. Un’azione che normalmente viene vietata (basti pensare ai cartelli negli ospedali che invitano a mantenere il silenzio) qui invece viene incoraggiata. Esci e cerchi di capire dalle facce delle altre persone in attesa che cosa possano aver sentito. Decidi che non hanno sentito nulla e ti dirigi al piano superiore del padiglione. L’immagine che si para innanzi è quella di tante sedie simili a quelle del dentista con degli schermi posizionati di fronte e altrettante persone con delle cuffie. La storia che scegli è NO BODY ed è un colpo in pieno petto. Un pugno che toglie il fiato. Una storia raccontata con voce calma e posata, una musica leggera e paesaggio marino, una barca. Una canzone il cui tema parte da una favola dei fratelli Grimm intitolata THE GIRL WITHOUT HANDS e per intenderci le favole dei Grimm erano qualcosa di talmente terribile nei loro testi originali che neppure Mary Shelley e Edgard Allan Poe a quattro mani avrebbero potuto concepire (sempre secondo noi, ovviamente). Insomma, per 11:35 minuti non respiri se non per brevissimi tratti. No body (la storia che hai  scelto, perché se ne possono scegliere altre) è un video sull’abuso nella famiglia. Il trauma vissuto dall’artista Aya Ben Ron raccontato attraverso una combinazione di video e animazione ti spezza il cuore.

Questo ospedale tuttavia, pensato dall’artista come un ospedale che cura le malattie sociali, è un posto dove gli spettri privati si fanno strada in modo cauto fino a sfondare le porte del celato, dell’andamento cauto delle emozioni rispetto ad alcuni drammi che la società contemporanea ancora oggi si ostina a considerare tabù, come quello della violenza infantile. Al termine del video vengono sottoposte le opinioni di due studiosi Israeliani. Shai Lavi, professore di Legge all’Università di Tel Aviv e direttore dell’Istituto Van Leer a Gerusalemme. Una delle massime autorità in fatto di regolamentazione dell’autorità sul corpo umano in Israele. Sagit Arbel Alon, MD ginecologa e poetessa, fondatrice e prima direttrice del Centro Bat Ami per il trattamento di donne e uomini vittime di abusi sessuali a Gerusalemme.

Si esce da questa esperienza con uno strano ronzio nella testa. Le opinioni alla fine non le senti davvero se il video ti ha scombussolato tanto. Alla fine ti regalano un bracciale per ricordarti che HERE ANYONE CAN LIVE FREE, anche se a primo impatto sembra che ci sia scritto CAN’T. E quindi? Metti piede nell’ospedale che sei malato e ne esci guarito? Non proprio. Di sicuro però ne esci stravolto. 

Bracciale del padiglione Israele

I primi studi sull’uso sociale dell’arte, emersi a partire dagli anni ‘90 grazie alle opere di Bourdieu [note]Bourdieu, P., Darbel, A., Schnapper, D., & Brienza, L. P. (1972). L’amore dell’arte: le leggi della diffusione culturale: i musei d’arte europei e il loro pubblico. Guaraldi ed.[/note] e Becker [note] Becker, H. S., & Sassatelli, M. (2004). I mondi dell’arte. Il mulino[/note], hanno sviluppato una definizione di arte come prodotto collettivo e non solo esclusivo dell’artista. Attraverso questi video molte storie vengono ascoltate e la medicina, in questo caso la condivisione di esperienze di persone che hanno subito ingiustizie sociali,  viene messa a disposizione per “curare” la società. 

Qui nessuno può vivere libero, la negazione della cura secondo il FILED HOSPITAL. Quello che lascia il padiglione è un senso di sconforto e di tristezza e allo stesso tempo regala il potere della condivisione, il superamento di quella frase iniziale I DON’T WANT TO THINK ABOUT IT, io non voglio pensare a questo e invece poi ti tocca pensarci per forza. Ci pensi e non solo ci devi pensare ma lo vivi, attraverso le parole dell’artista vivi l’esperienza che ha vissuto, piangi insieme a lei e ne esci come ne è uscita lei, quindi non ne esci. Quella che ha preso forma durante l’installazione non è stata una semplice informazione sulle ingiustizie sociali ma una e vera e propria comunicazione su cosa si prova quando si subiscono ingiustizie sociali. I costi intangibili di queste malattie sono molto evidenti, sono esprimibili in sofferenza e non possono essere curate con una scatola di pasticche.

Ecco ciò che si trova in questa cura, il senso ultimo di questa esperienza è che non se ne esce affatto. Si può raccontare, mettere al corrente e condividere ma non si può superare. Si può continuare, si può creare qualcosa di straordinario, si può allestire un intero padiglione della Biennale 2019 e generare un’esperienza unica per i visitatori che avranno la fortuna di viverla e regalare loro un bracciale dove si dice che OGNUNO QUI PUÒ VIVERE LIBERO e capire solo dopo che la vera liberazione è raccontare una storia orrenda che hai vissuto e costruire un mondo dove sei il primo ad impegnarsi per non farlo vivere a nessun altro, mai più. Attenzione però, come si legge all’ingresso: BE PATIENT, CARE NEEDS TIME.

Scritta all’ingresso del padiglione




L’università timida

Il fatto che il Piccolo Opificio Sociologico sia un “ibrido” tra studenti e ricercatori ci consente di osservare da più prospettive ciò che avviene nelle classi e negli uffici. Dunque, alcune dinamiche di dominio di alcuni sistemi simbolici avvengono già durante il percorso dello studente dove diventa complicato non solo sviluppare il pensiero critico ma anche adoperarsi per mantenere la mente attiva sulla ricerca. Per questo motivo da qualche tempo ci stiamo impegnando a fare in modo che le informazioni vengano diffuse il più possibile in modo libero.

Non crediamo che la ricerca universitaria debba godere di uno statuto eccezionale, che le debba essere concesso di superare i confini che vengono posti alla libera espressione di un “qualsiasi” cittadino: crediamo che siano proprio questi confini che devono cadere. La ricerca sotto il fuoco incrociato delle magistrature e dei servizi segreti (fatte le debite proporzioni, ovviamente) non è poi così diversa dalla cittadinanza, sotto l’attacco delle stesse forze. Rivendicando la nostra libertà a fare ricerca sui temi che vogliamo, nelle forme metodologiche che vogliamo, stiamo anche rivendicando il nostro diritto di cittadini al dissenso, alla critica, alla protesta.

Siccome nutriamo una certa passione per il trash abbiamo deciso di ‘festeggiare’ San Valentino cercando di riflettere sulle tematiche che ci stanno più a cuore con la gentile collaborazione di qualcuno che se la sente quanto e più di noi.

Abbiamo deciso, provocatoriamente, di dare un titolo forte all’iniziativa. Parlare di “Far west” non significa circoscrivere spazialmente la problematica quanto dare un’idea di anarchia cattiva rispetto alla tutela del ricercatore e alla libertà della ricerca stessa. Potersi esprimere in quanto individui è un diritto inalienabile ancora più esplicito se l’espressione riguarda la volontà di studiare un fenomeno accantonato a tal punto da non essere degno oggetto di studio.

La discussione si è aperta con una riflessione di Vittorio Mete, docente di Sociologia della Leadership all’Università di Firenze. Vittorio, come pure gli altri ospiti, ha sottolineato quanto fosse importante essere attivi sotto il punto di vista collettivo ribadendo che il tema stesso della libertà non era e non è personale ma di tutti in quanto individui. Ad intervenire per prima è stata la Sheyla Moroni, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze. Partendo da un assunto a suo stesso dire “stoico” è stato introdotto il tema dei grandi finanziamenti e di come e quanto certi argomenti siano prescelti rispetto ad altri. Non è un caso che moltissimi progetti finanziati anche dall’Unione Europea abbiano come oggetto di studio un riciclo continuo degli stesse tematiche. Va da sé che, uno dei problemi più importanti riguardi la questione economica.

Se da una parte lo strumento che nega la libertà può essere ricondotto ad una connotazione tangibile in termini di supporto economico, dall’altra, come ha ricordato Francesca Coin, docente di  Global Social Movements all’Università di Venezia un altro strumento che può essere oggetto di controllo e limitazione è sicuramente la parola. Lo abbiamo visto con il caso di Roberta Chiroli, accusata di concorso morale perché ha svolta un’etnografia sul Movimento no Tav in Val Susa. È proprio per l’utilizzo di alcune proposizioni che Roberta ha rischiato di vedere il suo progetto sgretolarsi. Quello di Francesca non è un caso ma un esempio.

Carlotta Caciagli, dottoranda della Scuola Normale Superiore, ha sistematizzato tre modalità di repressione. Un livello macro rispetto al posizionamento politico del ricercatore che spesso diventa un limite ai fini della ricerca stessa. Un livello meso che interessa la richiesta sempre crescente di produzione di letteratura da parte dell’Accademia. Infine un livello micro rispetto alla rivendicazione della legittimità ‘politica’ di una pratica di ricerca che però viene contraddetta dalle modalità etnografiche stesse. Ecco che quindi diventa necessario un riconoscimento scientifico della stessa tecnica in contesti di ricerca “illegali”.

Che fare? A oggi, appare più che mai necessario apprendere delle esperienze altrui e renderle un bene collettivo. Condividere le nostre posizioni e raccontare le nostre impressioni oltre che a creare una rete di salvataggio in caso di pericolo ci porta anche a collaborare in vista di un futuro meno nebbioso.




Quando l’ansia funziona da aerobica

Quando parliamo di emozioni è sempre bene fare riferimento a due scenari, quello biologico e quello sociale/culturale . La classica domanda: “Ma allora, che cosa sono le emozioni?” non ha una risposta precisa in  nessuno dei due. Nel campo delle neuroscienze, ad esempio, ci stati progressi nella comprensione del cervello e della mente su come gli affetti e i sentimenti possano originarsi dalle attività di questo organo, ma resta comunque il fatto che i sentimenti siano “sperimentati” in modo soggettivo, limitando quindi un’indagine scientifica e un’osservazione oggettiva. Ecco che quindi non possiamo non accettare anche la definizione del buon Woody Allen in una scena del film Scoop: “Emozione nella mia vita è una cena senza bruciore di stomaco”[note]I più svegli tra di voi avranno sicuramente collegato questa citazione al video poco sopra. A chi non l’avesse fatto avremmo da offrire interessanti telefoni cellulari a prezzi scontatissimi[/note]. Inoltre, ci sono delle forme dell’agire che si possono spiegare solo se si sposta l’attenzione sul piano emozionale.

In sociologia il tema delle emozioni è stato affrontato solo recentemente. Alla base di questo crescente interesse vie è l’idea che gli esseri umani non siano motivati solamente da interessi di natura economica e razionale. Quando si parla di emozioni si sottintende che queste abbiano  una componente sociale, cioè che siano influenzate dal contesto entro il quale il soggetto vive la sue esperienza.

Visto il grande momento di tranquillità e spensieratezza che il Piccolo Opificio Sociologico sta affrontando in questo periodo (a breve il resoconto delle difficoltà che si celano dietro l’organizzazione di un convegno [note]Per la lista delle sessioni, i relatori e la relativa cfp si rimanda qua [/note]abbiamo deciso di concentrarci su un’emozione in particolare, cioè l’ansia.

L’ansia accompagna da tempo la quotidianità dell’uomo moderno, scandita sempre più da cose da fare con i ritmi sempre meno flessibili. Ansia del lavoro, del futuro, della vita sentimentale. Inciampiamo quindi facilmente in quelle che Elias chiama:

emotional danger zoneswhich the adults themselves can only control with difficulty. In this situation the adults do not explain the demands they make on behaviour. They are unable to do so adequately. They are so conditioned that they conform to the social standard more or less automatically.”[note]Elias N.,The Civilizing Process , (a cura di Dunning E., Goudsblom, Mennel S. in The Civilizing Process: Sociogenetic and Psychogenetic Investigation 2000, Blackwell) p.437 [/note].

Sì arriva proprio a parlare di ansia sociale quando questa emozione diventa talmente forte da essere un elemento paralizzante in determinate situazioni.

Parlando di socialità e di relazioni possiamo fare riferimento  ai social network, strumenti sempre più influenti utilizzati per comunicare. Comunicare anche la propria ansia, ovviamente. Accedendo a Facebook e altre piattaforme online si trovano migliaia e migliaia di post, pagine (es “che ansia”) e video, dove però l’ansia viene trattata in modo ironico[note]Sulla funzione terapeutica dell’ansia si rimanda a: https://www.youtube.com/watch?v=5FAARjqF4ys)[/note]

ansia

L’ansia, che prima doveva essere quasi nascosta, adesso invece deve essere quasi ostentata attraverso la presa in giro. Ricordiamo però che, come sostiene Bergson,  “il riso è sempre il riso di un gruppo, anche se fattualmente è un singolo [note]Bergson H., Il Riso, Milano, Rizzoli, 1961, p. 381[/note].  Parlare di ansia, postare e taggare persone che reputiamo ansiose diventa quindi un’occasione per ridere degli altri e ridere di se stessi. Diventa quasi una moda, definita da Simmel come qualcosa tra uniformità e differenziazione, il desiderio contraddittorio di essere parte di un gruppo e simultaneamente stare fuori dal gruppo, affermando la propria individualità. Ridere di se stessi può essere una mossa preventiva, che cambia quasi le regole del gioco: prendendoci in giro su questa emozione siamo contemporaneamente dalla parte di chi deride e di chi viene deriso. Post e frasi che probabilmente vengono usati come presa di coscienza, ma allo stesso tempo per “tranquillizzare” e all’interno di un gruppo (vedi di nuovo il Piccolo Opificio Sociologico)  per sdrammatizzare ed evitare che il panico prenda così il sopravvento.




Uno spettro si aggira per Meereen (parte II)

Narrazioni
Cosa sarebbe successo se nell’universo di Game of Throne ci fossero stati dei sociologi? E se l’Accademia Jedi prevedesse un esame di Antropologia? Come sarebbe andata la storia se i Cyloni avessero avuto tra le loro fila degli etnografi? Troveremo (forse) risposta a queste ed altre domande nella rubrica delle Narrazioni. Esploriamo i mondi creati dalle immaginazioni degli autori alla ricerca della scintilla sociologica.

Vedi la prima parte del post.

Pensiamo che esista un filo rosso che connette il cambiamento di paradigma nella città di Mereen, le lotte per il Trono di Spade, i meccanismi generali di legittimazione del potere e le modalità attraverso le quali possono darsi processi di mutamento culturale a partire da cambiamenti socio-economici. In particolare, rispetto a questo ultimo punto, qui si inserisce l’ipotesi centrale della nostra dissertazione, ovverosia che la scelta di liberare gli schiavi e il passaggio a un sistema in cui il lavoro è remunerato siano frutto di un preciso disegno volto al sovvertimento del paradigma dominante, non solo a Meereen, ma anche in Westeros. Il Folletto e la MadrePossiamo considerare questa volontà di rinnovamento come una precisa strategia militare adottata dal Folletto, che si incentra su strumenti economici e culturali da utilizzare per scardinare le certezze più profonde del nemico?

La trasformazione degli schiavi in lavoratori implicherà lo svilupparsi, in un quadro di medio-lungo periodo, di un ampio bacino di manodopera. Il costo di questa tenderà ad essere bassissimo in virtù dell’eccedenza rispetto alla capacità di assorbimento del tessuto produttivo locale. Questo potrà a sua volta riflettersi in un duplice processo di espansione verso Westeros. Sulla base delle conoscenze che abbiamo e dei dati raccolti, pensiamo di poter ipotizzare due scenari per il futuro, con la certezza che i destini di Westeros e Essos non sono mai stati così saldamente interconnessi dai tempi della venuta degli Andali.

E’ forse peregrina la possibilità che si scelga di esportare un nuovo modello produttivo all’ovest? Possiamo immaginare una prima ondata di beni meereeniani che “invade” il mercato occidentale, seguita da una fase di localizzazione della produzione in quelle terre. A quel punto, il vecchio sistema feudale, incentrato sui signori locali, non sarà più in grado di mantenersi al passo con le necessità della produzione e con il potente processo di costruzione simbolica della libertà orientale. Questa insostenibilità del vecchio sistema padronale non può che portare a una impennata nella conflittualità sociale nei sette regni, con effetti destabilizzanti e conseguente distruzione di ricchezza. Quale momento migliore per un intervento armato con l’appoggio della Banca di Ferro?

D’altro canto, il modello produttivo di Meereen potrebbe dimostrarsi talmente efficace nell’attrarre nuovi investimenti e nuove conoscenze da risultare un potente centro di attrazione ed espansione del potere (oramai consolidato) della Madre dei Draghi. In questo caso, avremmo in Meereen una sorta di vortice in grado di fagocitare le economie occidentali, con un conseguente afflusso da quei paesi di persone in cerca di ricchezza e libertà[note](ricordiamo che la servitù non è altro che una forma di schiavismo mascherata, in cui nei fatti il signore locale ha il pieno controllo sulla vita dei più umili fra i sottoposti)[/note]. Il processo potrebbe arrivare ad alimentare un percorso di drenaggio di ricchezze e conoscenze tale da risultare invertibile solamente nel giro di svariati anni. Ciò lascerebbe Westeros priva della manodopera e delle menti necessarie a sviluppare un’economia in grado di competere con il continente orientale. A tutto questo si sommerebbero le richieste sempre più pressanti della Banca di Ferro, sicuramente più interessata ad intercettare il flusso di ricchezza che si andrà generando in oriente. Ancora una volta, la capacità di manovrare la capacità di investimento (e soprattutto quella di esigere i crediti arretrati) sarà cruciale.

Quale che sia lo scenario, le nostre previsioni convergono nel supporre che la guerra, per l’occidente, sia già persa. E questo, non tanto a causa delle lance degli Immacolati, delle navi degli uomini di ferro o del soffio incendiario dei draghi, quanto piuttosto per l’arma più potente a disposizione della regina Daenerys: il progresso.

steampunk dragon


“Mhrruhm. Sono proprio dei marmocchietti”. La notte sta volgendo al termine su Città Vecchia, e l’Arcimaestro Marx si alza per attizzare nuovamente il fuoco. Si siede nuovamente e inizia a tormentarsi la barba, mentre riflette. Quello che ha fra le mani è uno scritto strano, pieno di immaginazione. Immaginazione, ma non vagheggiamenti da bardo. Non possono aver saputo, averlo sbirciato? “Mhrruhm, no, no. Che idea bislacca. Anche se avessero letto le nostre missive, non avrebbero certo potuto decifrare il codice del Folletto”. Mentre osserva le braci che riprendono colore, riflette sulla coincidenza di questi tre aspiranti maestri in grado di percepire un complotto passato inosservato alle migliori spie del regno. “Non posso rischiare che altri lo vengano a sapere”. Si alza, sbuffando, e abbandona la pergamena alle fiamme del camino. “Non posso nemmeno rischiare che continuino a propagandare queste favole” pensa, e mentre si dirige verso la sala comune per consumare la sua colazione pensa che potrebbe passare dal fabbro più tardi a far preparare 3 anelli.

Fuori un nuovo giorno sta sorgendo.




Uno spettro si aggira per Meereen (parte I)

Narrazioni
Cosa sarebbe successo se nell’universo di Game of Throne ci fossero stati dei sociologi? E se l’Accademia Jedi prevedesse un esame di Antropologia? Come sarebbe andata la storia se i Cyloni avessero avuto tra le loro fila degli etnografi? Troveremo (forse) risposta a queste ed altre domande nella rubrica delle Narrazioni. Esploriamo i mondi creati dalle immaginazioni degli autori alla ricerca della scintilla sociologica.

L’Arcimaestro Marx si siede sul suo scranno di legno. Ha in mano la pergamena appena consegnata dal corvo, che ora gracchia impaziente. “Vattene stupida bestiaccia”, borbotta sotto la folta barba ingrigita da anni di studio e riflessione, mentre gli lancia qualche chicco di grano. Scioglie il sigillo, e legge l’intestazione della missiva.

<<Preparato per la dissertazione in sociologia politica ed economica, anno 301 AC, Vecchia Città.>>

“Mhrruhm, finalmente i tre marmocchi si sono decisi a provare ad ottenere il loro anello, mh?”. Sono ormai diversi mesi che tre degli allievi maestri si sono proposti di ottenere quello che chiamano “l’anello noioso”, quello di zinco. Era da tanto che nessuno ci provava, pensa l’Arcimaestro, e questi marmocchietti hanno pure deciso di sfidare qualche regola scrivendo la loro dissertazione tutti insieme invece che uno per uno. “Mhrruhm, mhrruhm”, bofonchia il Sapiente, mentre si accinge alla lettura.


Preparato per la dissertazione in sociologia politica ed economica, anno 301 AC, Vecchia Città.

Riteniamo che sia in atto uno processo strutturale di mutamento delle condizioni economiche e, di conseguenza, sociali di produzione nella città di Meereen. In questa dissertazione mostreremo come si stia passando da un sistema produttivo incentrato su un paradigma schiavistico, a modello di utilizzo delle risorse umane completamente differente, verso un sistema che definiremo qua “capitalista”.

Tratteremo specificamente della città-stato di Meereen, ma il discorso non potrà prescindere dal più ampio contesto geografico in cui questa si situa, quella che a tutt’oggi continua a chiamarsi ‘Baia degli Schiavisti’. Meereen, come le altre città della Baia (Yunkai ed Astapor), si è retta per lungo tempo grazie a un sistema produttivo incentrato sullo sfruttamento della schiavitù come mezzo in grado di permettere la sussistenza delle maggiori e più influenti famiglie, in un sistema rigidamente verticale ed aristocratico.

In molte parti del mondo è considerato naturale per un essere umano possederne un altro. Le forme di schiavismo si manifestano attraverso molteplici forme, dalla catena al collo fino ai thrall delle Isole di Ferro.  Tanto che alcuni considerano anche la servitù tipica del continente Occidentale come un naturale prolungamento della schiavitù. Il dominio sullo schiavo può arrivare ad essere totalmente pervasivo e sedimentato, tale che lo schiavo stesso non percepisca neanche la possibilità di condurrre una vita differente (e questo è vero in particolare nel caso dei nati-schiavi).Dal punto di vista del padrone, questo sistema produttivo presenta alcuni innegabili vantaggi:

la vita dello schiavo è completamente ridotta all’uso che il padrone vuole farne, determinando così la persistenza di una manodopera virtualmente infinita; la mancanza di qualsivoglia diritto permette di modificare il corpo stesso dello schiavo piegandolo alle esigenze lavorative(servitori ciechi, muti, eunuchi); il costo dello schiavo è esattamente pari al costo delle materie sufficienti a mantenerlo; la riproduzione stessa degli schiavi può essere regolata e assoggettata alle necessità del suo padrone. Esiste anche un beneficio simbolico della schiavitù: attraverso questa si rafforzano e confermano quotidianamente i confini fra classi privilegiate e non.

Dal punto di vista degli occidentali, questo sistema viene ferocemente criticato sul piano etico. Questo atteggiamento è quello che viene ben esemplificato da Daenerys Targaryen nella sua sfida al sistema schiavistico orientale. Quello che ci preme però mostrare qua è il ben differente atteggiamento sostenuto da Tyrion Lannister, il quale propone un superamento dello schiavismo sulla base di presupposti economici e politici. Quando Tyrion propone un cambiamento nel sistema organizzativo di Meereen, suggerendo la sostituzione della schiavitù con una forma di lavoro retrbuito, non sta agendo mosso da un afflato liberatorio o da un pio desiderio, sta conducendo una battaglia politica ed economica che ha il duplice obiettivo di costruire una differente realtà produttiva e quello di iniziare la decostruzione delle pratiche sociali della vecchia nobiltà, privandola dei suoi punti di riferimento.

Egli agisce come se fosse lo Straniero[note]In questo senso, egli è sia lo Straniero dei 7 Dei sia un soggetto venuto da lontano, in grado forse di capire meglio la nostra vita[/note], viandante in terre sconosciute, sconosciuto agli abitanti della città di Meereen. Da un lato il punto di vista di Tyrion è quello di un bambino che deve apprendere tutto: lingua, usi, costumi, bilanciamenti fra poteri presenti nella città-stato. Allo stesso tempo non è un bambino su cui incidere conoscenza e nozioni, ha già un portato westerosiano completo che gli ha permesso di percepire immediatamente le incongruenze rispetto al suo mondo. Egli è quindi “portatore di mutamento sociale, di una trasformazione degli assetti culturali e societari. […] L’arrivo dello straniero nello spazio sociale assume non soltanto il ruolo della introduzione di caratteristiche di diversità, imprevedibilità, mutamento culturale, ma attiva anche processi di interazione con la comunità ospitate che mettono in discussione i precedenti assetti societari: entrambe queste funzioni contribuiscono a innescare processi di mutamento sociale irreversibili.” (Park, 280 AC)

Il processo di cambiamento è iniziato a partire dalla sfera militare, come spesso accade. Le schiere degli Immacolati, da sempre prodotti ad Astapor come schiavi-guerrieri sono state trasformate dagli interventi di Daenerys e, in seguito, Tyrion. L’acquisizione degli Immacolati, la loro successiva liberazione e la costruzione con questi del patto di fiducia che ha portato alla distruzione dei Grandi Padroni astaporiani, possono essere visti come prodromi di un successivo momento di costruzione della legittimità del nascente potere politico della Madre dei Draghi. Una volta compiuta la conquista militare della città di Meereen, Daenerys si è trovata alle prese con la necessità di consolidare il proprio dominio. Si è così aperta una fase di stanzialità, con un conseguente tentativo di stabilizzare le strutture governative ed amministrative, in modo che fossero fedeli alla nuova parte dominate. La sua principale preoccupazione è il rafforzamento del potere mediante il riconoscimento della sua legittimità, piuttosto che attraverso un utilizzo massivo della forza repressiva.

Per questo scopo vengono utilizzati gli Immacolati, che passano da forza militare di occupazione ad organismo per il mantenimento dell’ordine pubblico. Un passaggio che de facto avviene solo in termini simbolici, poiché non vi sono cambiamenti nelle strategie di azione o nell’utilizzo della forza. Nel loro agire quotidiano, le squadre di Immacolati fanno un ampio utilizzo di un sapere di guardie[note]Intendiamo qui proporre il concetto di “sapere di guardie” per fare riferimento a quell’insieme di conoscenze e modi di fare che vengono via via acquisiti e trasmessi a tutte le persone che entrano a far parte di una congrega volta alla protezione degli innocenti. In questo senso, troviamo come esempio i rituali e le routine quotidiane dei Guardiani della Notte[/note] che deriva quasi totalmente dal loro trascorso militare, ivi compresa la divisione netta tra “amici” e “nemici”. Pur nella sua ricerca di legittimità, Daenerys riconosce la presenza dei “nemici” e utilizza ogni metodo per eliminarli. In alcuni casi, tali metodi prevedono l’applicazione di metodi repressivi estremamente cruenti, come la crocifissione di alcuni Padroni. L’esercizio del potere è allora non massivo (come accaduto ad esempio ad Approdo del Re dopo l’insediamento di Tywin Lannister), ma sistematico, organizzato.

In questo quadro, è interessante fare riferimento ad alcune testimonianze raccolte dagli autori. La presenza di un confronto quotidiano fra Immacolati ed altri ex-schiavi costituisce la pietra miliare della legittimazione del nuovo potere. Attraverso un processo di “specchiamento”, l’ex schiavo può vedersi e riconoscersi nelle uniformi di quelli che, un tempo schiavi per eccellenza, hanno deciso di rimanere al servizio del nuovo Potere. Ad esempio D., un tempo schiavo-scriba: “Quando vedo gli Immacolati per strada, mi sento sicuro… Cioè, prima non sapevi mai se una guardia poteva darti fastidio, anche solo trattarti come inferiore, come un cane… ora, è come se non fossimo così diversi”. Oppure S., giovinetto delle Case dell’Amore, secondo il quale “questi qui… sono diversi! Cioè, sempre sbirri sono, però, mmmh, se un cliente non paga o diventa violento adesso possono intervenire, no? Anche se lui è un ricco e io sono io”. In questo modo si costruisce, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, sguardo dopo sguardo, un nuovo riconoscimento fra gli antichi schiavi e i loro nuovi governanti, in un rinnovato patto sociale.

Questo periodo di transizione verso un nuovo ordine ha rischiato di crollare nel momento in cui la carismatica leader Daenerys è scomparsa in sella al suo drago. Il momentaneo vuoto di potere ha però favorito l’ascesa nella politica cittadina di Tyrion Lannister, già consigliere di Daenerys. Questi ha continuato a muoversi lungo il solco tracciato dalla Regina dei Draghi, promuovendo la duplice costruzione di una classe salariata e promuovendo la creazione di una micro-imprenditoria individuale. Occorre specificare a questo punto come, anche se parte dello stesso “movimento della Storia”, le motivazioni dei due siano completamente differenti. Mentre in Daenerys la schiavitù viene vista come un male, come una possibilità eticamente inammissibile, per Tyrion è semplicemente un investimento non sufficientemente fruttuoso. Il salariato non è solamente un elemento fungibile che produce ricchezza per il proprio padrone: è un consumatore, un soggetto in grado di acquistare beni che lui stesso ha prodotto, pagandoli più di quanto non gli sarebbe costato farseli. Quelli che una volta erano schiavi sono dunque oggi uomini liberi. Liberi anche da quel tipo di legame feudale presente nell’ovest, che non è altro che un proseguimento della schiavitù sotto altro termine. Questo porterà a due effetti intrecciati: da un lato, quelli che una volta erano padroni, pur rimanendo i principali proprietari di terre, campi, botteghe, navi od ogni altra proprietà atta alla produzione, saranno costretti a remunerare il lavoro dei propri operai; dall’altro questi, in virtù del proprio salario saranno in grado di migliorare le proprie condizioni di vita, assorbendo una quota vieppiù crescente della produzione. Fra parentesi, ci pare il caso di notare come la Banca di Ferro di Bravoos potrebbe vedere di buon occhio la possibilità di espandere il proprio credito a piccole esperienze meereniane, in particolare in virtù di una aspettativa di maggior solvibilità rispetto al credito offerto alle Corone o ai loro pretendenti.





Se fare ricerca è un reato…

È la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.Hubert

I fatti, prima di tutto.

14 Giugno 2013

Salbertrand (Torino). Una quarantina di persone vengono fermate dalla polizia in seguito ad una manifestazione presso una vicina ditta di calcestruzzo (la Itinera).

Il comunicato No Tav riporta:

“Così, dopo un’assemblea tenutasi in campeggio riguardo alle ditte che hanno ricevuto l’appalto, abbiamo deciso di fare una “visita” all’Itinera di Salbertrand: una delle aziende che con la sua produzione di cemento contribuisce alla distruzione della Val Clarea. Ci siamo recati davanti ai cancelli dell’azienda, dove si è svolto un volantinaggio. Successivamente ci siamo spostati verso la statale, dove siamo riusciti a bloccare due mezzi diretti verso la ditta.

Terminata l’iniziativa ci siamo diretti verso la stazione per prendere il treno e ritornare verso il campeggio. Giunti in stazione, però, siamo stati fermati e identificati dalle forze dell’ordine, che oltre ad aver svolto la loro abitudinaria opera di intimidazione, hanno rallentato le operazioni, con l’obiettivo di farci perdere il treno del ritorno.”

Tra le persone fermate, identificate e successivamente inquisite ci sono due ricercatrici: una laureanda presso la Ca’ Foscari di Venezia e una ricercatrice di sociologia di UniCal.

La laureanda sta preparando una tesi in antropologia sui movimenti, la ricercatrice sta facendo un lavoro non pervenuto. Le accuse mosse (a quanto ci è dato sapere ad ora) sono di

“[…] aver effettuato un blocco di un camion e l’ingresso nel recinto, con alcuni episodi di imbrattamento con scritte del tipo “No Tav” e “Basta devastazioni” (link)

Poi cosa succede? Succede che il processo inizia, le imputate/ricercatrici chiedono il rito abbreviato. Una viene assolta, l’altra no. A questo punto la storia si complica. In attesa delle motivazioni, scopriamo (sempre con i virgolettati) che

“[…] il pm Antonio Rinaudo ha affermato che la studentessa non si limitò ad osservare da semplice spettatrice, tanto vero che nella tesi racconta i fatti in prima persona plurale. […] Quello che per la difesa era un “espediente narrativo” era invece, per l’accusa, la prova del “contributo” alla dimostrazione.”

Inoltre

Per la studentessa veneziana il pm aveva chiesto 9 anni mesi”

Fine dei fatti.

Inizio delle opinioni

Trattare questo argomento, prescindendo dal contesto in cui si è sviluppato, è cosa assai difficile e di dubbia utilità. L’argomento No Tav (e più in generale quando si toccano i movimenti di contestazione e/o sociali) è un argomento che ha scatenato (e continua a scatenare) il peggio delle persone. Vale forse la pena di ricordare il caso di Davide Falcioni, giornalista indagato (e successivamente rinviato a giudizio) per la sua copertura del Movimento per AgoraVox (mica NoTav.info, eh, AgoraVox). Si trovava ad essere presente alla occupazione (pacifica, vale la pena ricordarlo) della GeoValSusa, una delle compagnie appaltatrici della Grande Opera. Quando partì il processo venne chiamato a testimoniare da alcuni membri del Movimento (o si è offerto, insomma, poco importa), e venne minacciato, in aula, di denuncia. Cosa che puntualmente si è verificata, e che porta a un rinvio a giudizio per il 2017[note]Il breve resoconto[/note] con l’accusa di “violazione di domicilio”. Vale la pena notare che il suo passaggio da testimone a imputato ha fatto sì che la sua testimonianza diventasse nulla[note]Altro resoconto.[/note], privando gli imputati di quello che era l’unico presente “estraneo ai fatti”. Un bel risultato, sia per il diritto di cronaca che per l’equo svolgimento del processo. Simile il caso di Flavia Mosca Goretta, giornalista per Radio popolare Milano (link). Multata per aver “raccolto informazioni” in una manifestazione non autorizzata, scavalcando il “recinto”. Sarebbe bello parlare dello scavalcamento della recinzione che separa la versione ufficiale da quella vissuta dai protagonisti, o della recinzione fra giornalismo “desk” e giornalismo “sul campo”, ma la recinzione scavalcata è quella del cantiere al cui interno si stava svolgendo una manifestazione.  

E, infine, solo per rimanere sulla questione NoTav, ci sarebbe quella storia di Erri De Luca. Che, per carità, è stato assolto “perchè il fatto non sussiste”, ma intanto è stato processato per un “uso sconsiderato del vocabolario”. Almeno in quel caso si processava un’opinione, vediamola così.

Ricerca sul campo e problemi con la legge. Una storia vecchia.

Ricerca sociale e problemi con la legge sono una storia appassionata ed antica. A titolo puramente esemplificativo (gli esempi potrebbero essere MOLTI) ne indichiamo tre Il caso Adler², il caso Goffman-bis e il caso Regeni.

Il caso Adler&Adler

Estate 1974. Patricia Adler e suo marito Peter si trasferiscono in California. Hanno già in mente l’idea di studiare il traffico di stupefacenti, ma sanno anche di andare incontro a molte difficoltà in un campo così rischioso. L’idea migliore è rimanere in una zona periferica del traffico. Incontrano un loro vicino di casa, dal quale cominciano a comprare marijuana, oltre che a fumarla con lui. Questo permette loro di avvicinarsi al giro di consumatori/spacciatori di marijuana e cocaina, in maniera informale e, soprattutto, protetta. Grazie all’uso di erba (sulla trattazione relativa all’uso di sostanze psicotrope nella ricerca sociale vi rimandiamo ad un altro giorno) e alla confidenza che riescono ad ottenere, convincono alcune persone invischiate nel giro di spaccio a partecipare allo studio che stanno conducendo, facendosi intervistare. Le interviste verranno anche differenziate a seconda del fatto che l’interlocutore sia sano, fatto di coca o fatto di erba (i secondi si riveleranno essere quelli più ciarlieri dei tre).

La ricerca continua ad andare avanti, fino al 1980. Durante questo periodo, la cerchia degli intervistati si amplia, i dati raccolti aumentano, le interviste si susseguono e la paura della polizia si accresce con l’accrescersi delle informazioni ottenute. Va ricordato che i due rischieranno l’arresto in più di una occasione per le loro ricerche. Giusto per farvi presente che la ricerca sul campo non è un ballo pranzo di gala (semicit.)

Goffman-bis

Nel 2014 aveva destato grande scalpore e dibattito la pubblcazione di On the Run: Fugitive Life in an American City di Alice Goffman. Senza spendere troppe parole sul libro in sé (vi rimandiamo a questa recensione di Saitta e a,ehm ehm, “procurarvi” il libro), possiamo dire che si tratta di una etnografia di un quartiere nero di Philadelpia., incentrata in particolare sul rapporto fra giovani neri, criminalità e forze dell’ordine. Più che la importanza della ricerca in sé, quello che assume rilevanza qua è la poliedricità della polemica che ha suscitato. Possiamo individuare tre critiche che sono state mosse all’opera. La prima, interna all’accademia e rilevante all’interno della discussione accademica – ma non qua – , accusa la Goffman di essersi ammantata di una “negritudine” (note: non fate quella faccia, si può dire https://it.wikipedia.org/wiki/Negritudine) che in realtà non possiede e che, anzi, maschera il suo essere un soggetto privilegiato rispetto a quelli con i quali faceva ricerca. Una seconda, esterna all’accademia e meno rilevante dal punto di vista di questa, rivolgeva all’autrice l’accusa di aver falsificato ed esagerato degli avvenimenti interni al suo resoconto etnografico, offrendo così una descrizione non naturalistica degli avvenimenti. Questa critica, peraltro parzialmente smussatasi nel corso del tempo, si incentra su una concezione della ricerca sociale come “inchiesta”. Bell’argomento e tante cose interessanti da dire, cercheremo di affrontarlo un’altra volta. Si arriva infine alla critica mossa da Steven Lubet, il quale (oltre a criticare la mancanza di veridicità naturalistica), critica Alice Goffman sulla base di quella che a lui, professore di giurisprudenza, appare come una evidente violazione della legge. Sostanzialmente, dopo la morte di Chuck (coinquilino, gatekeeper ed amico della Goffman stessa), un gruppo di ragazzi del quartiere monta in macchina e va alla ricerca degli assassini. Goffman li accompagna. è plausibile pensare che gli intenti del gruppetto non siano pacifici, sono armati e frustrati. Questa, per Lubet, costituisce reato di corresponsabilità nella premeditazione di omicidio (“conspiracy to commit murder”), anche se poi nessuno morirà. La difesa dell’autrice è che quella situazione, così come viene raccontata nel libro, non esaurisce la concreta esperienza di vita vissuta: la sua partecipazione è legata proprio alla sua convinzione che, nei fatti, non sarebbe successo niente di illegale (link). Come poteva saperlo? Non lo sappiamo, perché in preda alla paranoia scatenata dalla polemica, la Goffman ha distrutto (legittimamente, peraltro) le sue note di campo (legittimamente sì, ma che perdita per la disciplina!). La questione rimane dunque aperta, soprattutto perché nel libro non si costruisce una giustificazione accademica all’accaduto: “I did not get into the car with Mike because I wanted to learn firsthand about violence. […] I got into the car because . . . I wanted Chuck’s killer to die. […] Looking back, I’m glad that I learned what it feels like to want a man to die—not simply to understand the desire for vengeance in others, but to feel it in my bones, at an emotional level eclipsing my own reason or sense of right and wrong. But to go out looking for this man, in a car with someone holding a gun? At the time and certainly in retrospect, my desire for vengeance scared me, more than the shootings I’d witnessed, more even than my ongoing fears for Mike’s and Tim’s safety, and certainly more than any fears for my own.”[note]La bibliografia riportata non è che una minima parte di quella disponibile[/note]

Regeni.

Regeni, che vi sbattiamo in faccia per ricordarvi quanto sia bello fare ricerca se i “cattivi” sono gli altri.

Regeni, che ha pagato il suo essere illegale, il suo muoversi oltre leggi che probabilmente considerava lui per primo ingiuste.  

Regeni, che ci ricorda che un dottorando italiano non va bene neanche da morto.

Regeni che “se se ne stava a casa sua non gli succedeva niente”.

Regeni che…

Die like an Egyptian – Murale di El Teneen

“Prima persona plurale” detta anche “osservazione partecipante”.

L’etnografia è una tecnica di ricerca che prevede l’immersione del ricercatore nel contesto che intende studiare[note]Atkinson et al. (eds.), Handbook of Ethnography, Sage 2001[/note], e si basa sul comprendere e districare tutto quell’insieme di rappresentazioni del mondo, schemi cognitivi, spiegazioni inconsapevoli che gli attori quotidianamente mettono in atto. Se dovessimo spiegare l’etnografia a una persona che non l’ha studiata, potremmo fare riferimento a una sorta di ‘inganno’ benevolo per il quale una persona, il ricercatore, vive in un gruppo che non è il suo, con delle regole che non sono quelle che è abituato a seguire lui, con modi di fare e di dire differenti: una sorta di “seconda nascita”, insomma.

Nel corso del tempo, la narrazione etnografica ha teso sempre più verso la costruzione “densa”[note]Geertz 1973, The interpretation of cultures[/note] di un testo che sta sempre in bilico fra il resoconto “scientifico”[note]termine un po’ scomodo, ma diamolo per buono, grazie[/note]e l’esposizione letteraria ed immaginifica della vita vissuta del ricercatore. Ci sono diversi impliciti in questo modo di scrivere ricerca. Tanto per iniziare, c’è un’importante assunzione di fiducia: il ricercatore è quello che è stato la, che ha vissuto sulla propria pelle il processo etnografico. Questo non vuol dire che le etnografie siano sistemi chiusi, tutt’altro, ma il racconto viene solitamente accettato per veritiero, mentre vengono discusse le sue implicazioni teoriche. Altra assunzione importante è che ci siano parti del testo e situazioni in cui la scrittura segue criteri differenti rispetto a quelli generalmente accettati nell’accademia. Come già detto, la prosa etnografica può confinare con l’arte letteraria, muovendosi sullo stesso accidentato terreno della rappresentazione e della metaforizzazione dell’esperienza in testo. Infine, un terzo implicito, è quello dell’auto-riflessività. Dato che – fortunatamente – la temperie dell’oggettivismo nelle scienze sociali, e a maggior ragione per quel che concerne la pratica etnografica, sembra essere passata, si è venuto affermando sempre di più un bisogno di riflessività, contrapposta alla trasparenza precedente. Così come altri padri fondatori della pratica etnografica,  Malinowski  considerava se stesso come trasparente, una lamina di vetro appoggiata sulla cultura osservata che permetteva al lettore di vederne il brulichio così come esso effettivamente avveniva. Ovviamente, questa lamina è anche deformante, ma questo ancora non si sapeva. Ci sono voluti soggetti come Geertz per sostituire alla lamina di vetro un gioco di specchi: l’etnografo non è più uno che permette di vedere e, eventualmente, disvela, ma un soggetto che interpreta e restituisce un’immagine, una rappresentazione[note]Sul ruolo dell’etnografo vedi anche Marzano, M. (2006) Etnografia e ricerca sociale, Roma: Laterza[/note]. Così il lettore si trova non più a guardare una realtà sociale attraverso un vetro deformante, ma vede l’etnografo nello specchio che guarda il riflesso di se stesso inserito in quella realtà sociale. Una volta che è chiaro questo meccanismo e quello della necessità di appropriarsi del contesto culturale nel quale si vuole fare ricerca, appare come l’utilizzo del noi sia contemporaneamente artificio narrativo, resoconto e testimonianza di un’esperienza direttamente vissuta, e appropriazione della cultura osservata da parte del ricercatore.

Che fare?

In attesa che la magistratura ci incrimini per concorso morale in concorso morale (è l’alba di una nuova era per gli psicoreati) o ci incrimini per il nostro lavoro sui movimenti fiorentini (Clash city network, sperando che non sia di spunto per il prossimo PM) cerchiamo, per quanto possibile, di dare la nostra solidarietà e il nostro sostegno alla ragazza di Ca’ Foscari (che ha un nome).

Qua potete trovare l’appello da firmare, qua le foto solidali


  • Panda;

  • Tom;
  • Il collettivo RossoMalPolo
    ;




C’era una volta il cervello e dico c’era perché ora non c’è più

Un tempo, non tanto tempo fa, prima di scegliere la sociologia come ratio vitae studiavo per diventare una giornalista. Quando studiavo per diventare giornalista e qualcuno mi chiedeva di scrivere qualcosa venivo assalita da un senso di dovere e di precisione maniacale. Così finiva che per parlare di una storia impiegassi ore ed ore a leggere tutto lo scibile, cercavo le fonti e poi le fonti delle fonti, e se non ero sicura delle fonti delle fonti alzavo la cornetta e chiamavo e chiedevo e prendevo altri numeri. Scrivevo delle cose lunghissime, dettagliate, e talvolta, nonostante tutto, sbagliate. Perché vi sto dicendo tutto questo? Perché qualche giorno fa è accaduto un fatto molto spiacevole. Talmente tanto spiacevole per che spiegarvi a chi o cosa mi sto riferendo sono costretta a inventarmi dei personaggi, come fosse una favola, perché ora come ora, sarebbe veramente difficile dirvi i loro nomi e aspettarmi che voi non ne abbiate già letto o che leggendo me, ne siate influenzati di rimando.

C’era una volta in un Paese che sembrava una scarpa, un signore che lavorava con le parole. Molti altri facevano quel mestiere e non era facile per nessuno perché in quel lavoro là, con la storia delle parole come lavoro era un casino, perché alla fine parlavano tutti, anche quelli che non lo facevano di mestiere. Ad alta voce, a bassa voce, sillabando, apostrofando, grugnendo e come meglio credevano perché nessuno si arrabbiava troppo. E allora uno parlava e un altro parlava al contrario di lui e allora un’altra ancora diceva altre parole e uno parlava sopra a quella che parlava prima e non si capiva nulla. Era tutto molto caotico in questo Paese che sembrava una scarpa ma nonostante ciò, non si sa come, non si sa perché le cose andavano avanti. Certe volte i parlatori si zittivano e stavano ad ascoltare ma questo durava molto poco e comunque si zittivano solo per prendere fiato e parlare ancora più forte. Il signore, ve lo ricordate? Quello lì parlava di mestiere e allora avrebbe dovuto, quantomeno, farlo meglio degli altri, così da non farsi dire “ehi tu, ma come parli? E poi lo fai anche di mestiere… io sarei più bravo di te, io farei meglio ma non è il mio lavoro!”; tuttavia quel signore là parlava in un posto in cui, la sua voce, era difficile da ascoltare, c’erano sempre delle interferenze e allora un’altra magari gli diceva “ehi tu, ma vattene da un’altra parte a parlare se vuoi farlo di lavoro. Come parli qua non si capisce bene”. Ma il signore non ascoltava e continuava, continuava, continuava, continuava. Un giorno nel Paese che sembrava una scarpa, un altro signore che faceva il suo stesso mestiere iniziò a parlare di lui, e poi altri, e poi altri e poi altri ancora ma non si capiva bene nemmeno quello che dicevano loro. Erano cose curiose, riguardavano fatti che non erano ancora avvenuti, c’erano accuse che non erano ancora state formulate e così avvenne che anche quelli che non lo facevano di mestiere iniziarono a parlare del signore. E improvvisamente si fidavano ciecamente di quello di cui parlavano gli altri. “Sì, sì. È tutto vero” si dicevano tra loro. Questo fatto, sì lo ammetto, è una storia un po’ complicata. Ma accade spesso nelle favole che ci siano strani intrecci e quasi sempre scene difficili da digerire. I fratelli Grimm scrissero più che altro racconti dell’orrore per mettere in guardia i bambini dai pericoli e in questa storia il pericolo è proprio la parola.

Bene, detto ciò, continuerò a non dirvi di chi sto parlando, perché il mio messaggio è altro dall’informazione rispetto ad una vicenda. Voglio solo riflettere sulla questione in quanto fatto che mi ha interessato particolarmente in quanto studiosa del mondo sociale. Cosa spinge un individuo a schierarsi in base a quello che legge sui giornali? Prima di tutto, è necessario ricordare che spesso chi ha un determinato indirizzo ideologico legge le informazioni dove già ripone una certa dose di fiducia e di condivisione del proprio pensiero. Tuttavia, nel contesto contemporaneo è molto difficile operare questa sottrazione di giornali più o meno indicati per il semplice fatto che, leggendo sempre di più da supporti come i nostri cellulari o dal computer, le notizie arrivano da tutte le parti, come delle mitragliate. La forte pluralità di fonti dunque dovrebbe essere un fattore positivo per la scultura del nostro pensiero sui fatti del mondo che ci circonda, tuttavia sempre più spesso le notizie si somigliano tutte. Le agenzie di stampa danno a tutti le stesse informazioni e molto spesso, la mancanza di fondi da parte del giornale, si copia e incolla da un articolo all’altro senza ritegno. Questo accade quotidianamente ed è una realtà. Ma cosa succederebbe se la notizia ci riguardasse da vicino? Ancora una volta vi invito ad una riflessione insieme a me sul signore della nostra favola. Immaginiamo che da un giorno all’altro inizino ad uscire su tutti i giornali notizie in merito ad una nostra situazione di natura legale e che venga completamente screditata la nostra immagine che abbiamo impiegato l’intera vita a costruire. Le notizie vengono fuori, indipendentemente dal legame che queste abbiano con la realtà e con i fatti legali di cui sopra che necessitano ancora di essere accertati, discussi e così via. Chi legge, pensa, ovviamente, che chi scrive stia dicendo la verità. Una verità più vera di quella degli altri perché parlano di mestiere, lo sapranno fare bene, no? Insomma voi dovrete battervi con chiunque vi accusi che quello che vede scritto sia vero e voi dovrete dire che non lo è. Dovrete insistere, magari lo farete pubblicamente perché così potrete raggiungere più persone possibili ma resta un fatto. Che non tutti ascolteranno la vostra difesa e magari quel giorno in cui sarà pubblicata una smentita dai giornali, se così dovesse essere, magari quel giorno voi sarete al mare o da qualche altra parte e non la leggerete perché dopo qualche ora lascerà il posto ad una nuova notizia e così via.

Dunque, la casualità degli eventi con i quali entriamo in relazione non può dipendere da noi ma da noi dipende sicuramente la volontà di assicurarci che quella notizia sia attendibile prima di mettere e togliere i mi piace da una pagina facebook, che pare essere diventata la più grande capacità di assenso e dissenso pubblico.




From here I lulz

lulz (Oxford Dictionaries)
Pronunciation: /lʌlz/

informal
Fun, laughter, or amusement, especially that derived at another’s expense:
‘the splinter group embarked on a spree of daring cyberattacks for the lulz
‘it’s clear that he posted this thread just to troll you and get a lot of luls
(as exclamation) ‘Did you send the guy to the ER? Lulz

troll (Oxford Dictionaries)
Pronunciation: /trōl/

noun
A person who makes a deliberately offensive or provocative online post.
A deliberately offensive or provocative online posting.
verb
Make a deliberately offensive or provocative online post with the aim of upsetting someone or eliciting an angry response from them

‘breaching experiments’ (Harold Garfinkel[note]Garfinkel, Harold (1967)  Studies in Ethnomethodology, pp. 37-38, PRENTICE-HALL: Englewood Cliffs[/note])
it is my preference to start with familiar scenes and ask what can be done to make trouble. The operations that one would have to perform in order to multiply the senseless features of perceived environments; to produce and sustain bewilderment, consternation, and confusion; to produce the socially structured affects of anxiety, shame, guilt, and indignation; and to produce disorganized interaction should tell us something about how the structures of everyday activities are ordinarily and routinely produced and maintained.

Recentemente ad alcuni membri dell’Opificio è presa bene con l’hacking e la darknet.
Recentemente alcuni membri dell’Opificio si sono interessati ai fenomeni hacking e deepweb.

Nel seguire questa attrazione ho trovato parecchi documentari fatti bene. Uno di questi basa la narrazione sulla storia di ‘weev’, Anonymous e LulzSec.

‘weev’ mostra la sua imparzialità.

weev‘ definisce se stesso come un troll. Dice che quello dei troll è uno stile retorico che espone le imperfezioni delle personalità altrui provocando negli altri una reazione, eccessiva, che mette in mostra la vera natura del loro carattere. Provocare qualcuno per costringerlo a svelarsi. Annovera nella lista dei troll Giordano Bruno, Zenone di Elea, Gesù Cristo, Joseph Smith e Brigham Young.
Fare il troll è il tentativo di smuovere le acque e mettere in questione il senso e la veridicità di quello che si sta dicendo. Far sbottare per rendere evidente quanto convenzionali e vuoti siano in realtà i discorsi che si usano. Socrate sarebbe stato il Re dei troll.
In parte esagerato, probabilmente.
Dall’altra parte ci sono ricerche che collegano i troll con atteggiamenti sadici e narcisistici. Individui antisociali che grazie ad internet, al suo anonimato, possono mostrare che persone orribili siano.
In parte esagerate, probabilmente.
Da parte mia ho sempre connesso i troll agli ‘esperimenti di rottura’ etnometodologici:

Nel rendere conto della persistenza e della continuità delle caratteristiche delle azioni concertate, i sociologi comunemente selezionano un insieme di caratteristiche stabili di un’organizzazione di attività e cercano le variabili che contribuiscono alla loro stabilità. Ci sarebbe una procedura più conveniente: iniziare con un sistema che possiede caratteristiche stabili e chiedersi cosa si può fare per creare instabilità.” [note]Garfinkel, Harold (1963) A Conception of, and Experiments with, “trust” as a Condition of Stable Concerned Actions, pp. 187-238 in O.J. Harvey (a cura di) Motivation and social interaction, New York: Ronald press. Trad. it La fiducia. Una risorsa per coordinare l’interazione, Roma: Armando editore (2004).[/note]

L’idea è quella di portare “problemi” all’interno di una situazione e forzarla, fino a romperla, appunto. Una volta rotta i tentativi di ricondurre sui binari consuetudinari la situazione dovrebbero aiutare a svelare lo schema che la “regola”.
Per riuscirci, l’etnometodologo che si impegna in questi esperimenti deve provocare una reazione eccessiva, deve indurre (come auspicato da Garfinkel) ansia, indignazione, rabbia.
Sintetizzando, deve fare il troll: deve rompere la situazione per vedere l’effetto che fa; deve spingere gli altri ad andare fuori dallo schema che utilizzavano per mostrarne la “vera” natura routinaria.
Ovviamente Garfinkel, il Creatore, non riteneva questi esperimenti una tecnica di ricerca valida di per se. Utilizzava questa roba per aiutare i suoi studenti a sviluppare un certo tipo di immaginazione.
Resta il fatto che i ‘breaching experiments’ sono ancora oggi uno degli strumenti più facili per far capire come funzioni l’etnometodologia, che vuole vedere quanto e come la vita quotidiana sia costruita su tutta una serie di contenuti dati per scontati. E un troll che lavora bene riesce realmente a evidenziare quanto il tessuto di certe credenze sia in realtà precostruito e dato a priori.
Poi c’è LulzSec, che porta il troll su un piano macroscopicamente diverso:

This is the lulz lizard era, where we do things just because we find it entertaining”.

“For the lulz.”

Non erano Anonymous. Non erano un gruppo di gente impegnata ideologicamente per la difesa della libertà. Nel loro primo periodo, eseguivano hack, alla Fox, la Sony, la Cia o a migliaia di account di semplici utenti solo per il gusto di farlo. Perché erano “The world’s leaders in high-quality entertainment at your expense“.
Sì, è vero, alla fine probabilmente hanno anche sensibilizzato qualcuno sulla necessità di non utilizzare password stupide e costantemente identiche. Ma è stato un effetto collaterale.
Però, attaccando indifferentemente enti governativi, polizia, aziende di intrattenimento e utenti comuni e non dimostrando alcun ‘alto’ ideale gli attacchi di LulzSec sono stati doppiamente di ‘rottura’. Anche se in questo caso ci avviciniamo di più a quella che Goffman [note]Goffman, Erving (1974) Frame analysis: an essay on the organization of experience. Cambridge, Mass: Harvard University Press[/note] chiamava ‘rottura del frame’. Hanno sparigliato (forse involontariamente) le carte, mostrando quanto, anche nel discorso sugli hacker, fossero tutti ancorati agli stessi, comuni presupposti: l’hacktivism è solo buono, solo per difendersi dallo strapotere dei soliti forti.
La Lulz Boat, fino all’inizio del suo infausto epilogo, è stato forse il più maestoso ‘breaching experiment’ che internet abbia visto.
In conclusione, questo breve articolo è stato scritto per dirvi soltanto una cosa:

Ethnomethodology is (also) for the lulz. And lulz matters.

[Disclaimer: questo pezzo è (parzialmente) scorretto sia dal punto di vista formale sia da quello teorico. È solo un pretesto per spiegare in modo semplice e semiserio un pezzettino di sociologia. E se proprio vi da fastidio, vi rimando al titolo del post.]




Back from the field #1

Intro (o del dramma del ritorno a casa)

Il ritorno dal campo è sempre complesso, perché di solito è in concomitanza con la fine della giornata e (si spera) con la fine dei lavori. Invece te ne torni al tuo nido in cerca di tranquillità solo per trovare altro lavoro da fare. Altre note da buttare giù e altre parole da scrivere.
Ricordo la mia prima esperienza etnografica. Gettati come “pecore in mezzo ai lupi” (Matteo 10:16-20) [note] Un incredibile spaccato etnografico ce lo regala Matteo:
“Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
E guardatevi dagli uomini; perché vi metteranno in man de’ tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete menati davanti a governatori e re per cagion mia, per servir di testimonianza dinanzi a loro ed ai Gentili. Ma quando vi metteranno nelle loro mani, non siate in ansietà del come parlerete o di quel che avrete a dire; perché in quell’ora stessa vi sarà dato ciò che avrete a dire. Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.”
Sull’importanza della Bibbia nella ricerca sociale, cfr 10 modi ingegnosi [/note] ci siamo ritrovati io e il buon Nicolò da Firenze (sulla cui storia un giorno ci fermeremo) in un vortice di interviste improvvisate, di note scritte ovunque, di notti insonni e di procioni in cucina che divorano torte (don’t ask).
Di quei giorni ricordo soprattutto l’ansia dettata dal dover fare il diario di campo notturno, che sarebbe successivamente stato inviato al quartier generale. Oggi come allora rivivo quell’ansia da scrittura, da rilettura degli appunti indecifrabili. Però, dato che il dramma del foglio bianco va sconfitto, ho deciso di provare comunque a scrivere.

Movimenti, studenti e repressione

Lo strike team per questa prima seconda terza uscita opificiale è composto da me, Chiara e Costanza.

PANDA

La giornata di oggi ci ha visti impegnati in una osservazione preliminare all’interno del progetto Clash City Network.
In questa giornata campale abbiamo partecipato ad un’assemblea indetta da diversi collettivi fiorentini. Il tema dell’incontro, chi ha partecipato e cosa è stato detto non sono propriamente gli argomenti che intendiamo affrontare. Pensiamo che il nostro non debba essere un lavoro giornalistico ma di indagine sui significati dei movimenti e sulla rete di solidarietà che si formano quando questi movimenti vanno incontro a forme di repressione più o meno marcate.
Risulta difficile non rapportare la loro esperienza al vissuto di chi, come noi, ha vissuto situazioni simili negli anni passati. In queste occasioni, pochi anni possono fare la differenza e rischiano di relegare la propria esperienza all’interno di un movimento in una visione “mistica” e stereotipata[note]Come già detto, raffrontare esperienze simili tra di loro inserendole nel solito frame di interpretazione può portare ad aberrazioni cognitive importanti.[/note].

CONNIE

Per quanto mi riguarda, si può parlare anche nel mio caso di ansia del foglio bianco, associata però non ad un ritorno sul campo, ma piuttosto ad una “prima volta ” sul campo. Richiamando Park, la prima volta che mi sono leggermente sporcata i pantaloni in una semplice stanza del chiostro di Sant’Apollonia: “Andate a sedervi negli atri di alberghi di lusso e sui gradini delle pensioni di infimo ordine; sedetevi sui sofà della Gold Coast o nei giacigli dei bassifondi; sedetevi nell’Orchestra Hall e nel Star and Garter Burlesque. Insomma, signori, andate a sporcarvi il fondo dei pantaloni in mezzo alla ricerca vera”. Ovviamente, ne è valsa decisamente la pena. Trattandosi di una riunione di collettivi studenteschi, e quindi un ambiente giovanile, con un clima disteso, non mi sono sentita completamente un pesce fuori d’acqua. Allo stesso tempo, però, non ho potuto fare a meno di provare un po’ d’ansia e di notare quante cose siano cambiate nel corso di cinque anni in materia di scuola, occupazione e autogestione. Bene, l’assemblea inizia! Sono passati tre mesi dalle occupazioni e dall’intervento della polizia ma nell’aria c’è sempre grande fervore riguardo a cosa è successo.  Fervore che però rimane sempre all’interno di un frame organizzativo. I fatti, inoltre, vengono raccontati in modo più attendibile possibile (dando la parola, ad esempio, a chi ha vissuto l’occupazione e ha avuto a che fare con gli agenti di polizia). Facendo riferimento al mio bagaglio personale, ricordando le due occupazioni a cui ho partecipato al liceo, posso dire che questo mi abbia aiutato fino ad un certo punto a capire le dinamiche di questi movimenti collettivi. Mi ha aiutato perché, inevitabilmente, parole come “autogestione”, “blocco della didattica”, “votazione” mi fanno subito ricordare quel sabato mattina di ottobre del 2008 nel cortile della scuola sommerso da studenti a sedere per terra, dove una semplice assemblea d’istituto  si trasformò, in seguito ad un “chi è favorevole al blocco della didattica si alzi in piedi”, in una vera e propria occupazione. Dall’altro lato però questo bagaglio personale è incompleto perché nessuna delle due volte si è conclusa con l’intervento della polizia o con denunce a carico di studenti. Ho cercato, però, di sfruttare questa mia “mancanza” come costrizione per non dare nulla per scontato.  È soprattutto facendo riferimento a questi eventi che si nota la grande solidarietà che  lega gli studenti,  provando proprio ad immedesimarsi  con chi di loro (preoccupandosi in primis proprio dei ragazzi minorenni) si è visto arrivare a casa una denuncia oppure direttamente agenti della polizia.

PANDA

Nel corso dell’assemblea sono stati tirati fuori, in più di una occasione, episodi del passato recente.
Sentir parlare dell’Onda[note]Per una documentazione fotografica accurata rivolgersi a Google oppure alla DIGOS (che salutiamo sempre calorosamente)[/note] come di una cosa di un passato lontano, fatta da persone e facce sbiadite nel tempo, devo dire che mi ha fatto una certa impressione. I fatti del periodo di proteste iniziato nel 2008 meriterebbero una narrazione più completa rispetto a due righe su un blog. Ma questo passa il convento. Studiare i movimenti sociali, le forme aggregative e i modi con cui mutano i modi di fare alleanze non è un pretesto per andare alla ricerca del tempo perduto[note]All’odore delle madeleines si sostituisce quello della birra rancida, del caffè della macchinetta e della frustrazione[/note] Non si tratta (non solo) di sentirsi improvvisamente vecchio, ma anche di venire a patti con il fatto di essere cambiati, di aver fatto il nostro tempi (sigh) e che i frame di interpretazione dei movimenti sociali necessiterebbero di una bella ricalibrata. Ciò che colpisce, rispetto alla mia esperienza passata, è vedere la formazione e il mantenimento di un “network” solidale più efficace e presente rispetto a come sono stato abituato a vederlo. La solidarietà è sentita, percepita e fatta vedere in maniera esplicita.

CONNIE

Solidarietà che non resta “campata per aria” ma che punta subito a concretizzarsi con la creazione di una “cassa di repressione” per sostenere economicamente gli imputati e con l’aiuto dei principali social media, più precisamente con la creazione di alcuni video.  Ed è qui che sembrano davvero passati secoli dai “miei tempi”, dove la pubblicazione e la distribuzione del buon volantino ci facevano sentire dei veri  e propri professionisti. Tramite queste mosse, comunque, sembra crearsi un fronte  progettato  e strutturato, con cui si cerca di affrontare i provvedimenti che sono stati presi dalla varie istituzioni.  I racconti di questi fatti lasciano spazio anche all’ironia, che pare unire ancora di più i rappresentanti dei collettivi. Ironia in merito allo svolgimento di alcuni interrogatori da parte della polizia ai ragazzi, delle reti organizzative e comunicative create dai professori per l’identificazione di alcuni possibili partecipanti influenti al movimento (chi ha il “privilegio” di far parte della leadership e chi no, in pratica)  ed, infine, riguardo proprio allo svolgimento dell’assemblea attuale e al verificarsi di piccoli “screzi” tra gli aderenti.  Infine, la componente emotiva dell’incontro non passa sotto occhio: dall’entusiasmo di quel giorno, alla delusione nei confronti del personale docente, alla rabbia nei confronti della preside.

max weber

Outro (o del dramma di rimettere insieme i pezzi)

Scrivere di un progetto in fieri è difficile. Scrivere di un fenomeno che si sta evolvendo è molto difficile. Pensare di scrivere di tutto questo e rimanere assolutamente obbiettivo è quasi impossibile. Non per questo ci arrendiamo e proveremo comunque a tenere questo “diario di campo[note]Erika Cellini L’osservazione nelle scienze umane. 2008, Franco Angeli[/note]” un po’ improprio. Cercheremo di non mettere troppo materiale utilizzato in Clash City Network e daremo più spazio (per quanto possibile) alla componente emotiva, storica e “impressionista” dei nostri appunti, considerata da noi ugualmente importante. Ci sentiamo avalutativi, ma sentiamo anche il dovere di raccontare il conflitto, lo scontro e la lotta per l’imposizione di una narrazione egemone, senza appiattire le parti in una irrealistica equità di consenso e potere.

Nella prossima puntata di Back from the field

isa occupato

  • Porte in faccia, interviste occupate e passaggi nei boschi. La nostra esperienza all’ISA occupato (si ringrazia il Collettivo per la disponibilità)




Parigi – Parte 1

La nottata del 13 novembre spesa attaccato alla tastiera alla disperata ricerca di informazioni, fra le varie cose, mi ha lasciato l’impressione che Twitter come lo conoscevamo, come eravamo abituati a pensarlo, sia morto. Mi ricordo giornate (il 15 ottobre di roma, ad esempio, io ero là e mi arrivavano le notizie in tempo reale dalla gente che a casa seguiva la manifestazione su twitter) in cui il suo ruolo di collettore di notizie e aggiornamenti svolgeva una funzione importante. Questa volta no, la piattaforma veniva utilizzata principalmente per dare fiato alle proprie frustrazioni islamofobe, per esprimere sostegno e solidarietà (col poco neutrale #prayforParis), per far partire l’immediato sciacalaggio. Probabilmente un effetto della sua crescente diffusione, mentre invece chi voleva seguire lo svolgersi degli eventi utilizzava l’ottima diretta su Reddit e il coraggio di chi c’era e mandava su Periscope la diretta video.Pochi giorni dopo, la notizia che l’attentato avesse utilizzato come piattaforma di discussione e condivisione il sistema di messaggistica online della PS4 (con tutti i dubbi che può ingenerare la notizia) conferma l’idea che internet (come piattaforma e come rete di interazioni) sia un crocevia importante, sottovalutato e utilizzato “male” (in maniera non efficiente, almeno).

Tommaso Frangioni (@SonoilmioDJ)

 

Io chiedo venia, a Tommaso, e a tutti gli altri, purtroppo non posso seguitare lo spunto precedente, data la mia ignoranza in campo “social”. Un mio carissimo amico, si chiedeva se ci fosse un collegamento tra il contesto di marginalità (sia sociale che spaziale) e l’appeal che ha sui giovani l’estremismo. Vorrei aggiungere anche il dettaglio che sono giovani delle seconde e terze generazioni ad esserne più attratti. Ben consci che questa catena di collegamenti esiste, vorrei il vostro aiuto per rispondere al perché.La prima riflessione, che vuole essere uno spunto, è anche vedere la questione come un problema d’ “identità”; mi spiego meglio, le giovani “seconde generazioni” possono sentire di non appartenere alla cultura che li circonda al di fuori dell’ambito familiare e allo stesso tempo di non appartenere completamente alla cultura della propria famiglia, che possono accusare di aver diluito la propria “fede” per scendere a patti con quella di arrivo. Questo può portarli a ricercare l’identità in varie visioni, tra cui quelle che vediamo “radicalizzate”, accusando le generazioni precedenti di essere state troppo morbide e aver “abbassato la testa” per integrarsi e non aver comunque ottenuto risultati, poiché anche nelle migliori occasioni sono visti come “diversi”, accettati sì, ma sempre tenuti all’esterno e non riconosciuti come “veri” cittadini benché siano nati e cresciuti nel paese. Questi giovani divisi quindi, cercano la propria identità e spesso la trovano in un “impianto” come quello dell’Isis, nell’accattivante ed efficace propaganda che li fa sentire uniti ed accettati, non più soli, sfruttando le loro insicurezze, portandoli da cittadini marginali e di “serie b”, possessori di una “non identità” (che permette di capire solo quello che “non si è”), a protagonisti di una nuova “Nazione”, che li riconosce come “eroi” fornendogli quindi qualcosa a cui appartenere.

Chiara Falchi

 

Ho seguito lo svolgersi dell’attentato quasi in diretta. Stavo lavorando (come sempre) quando mi torna in mente il fatto che in quel momento stava giocando l’Italia (si, ogni tanto seguo la nazionale, lo dimostra questo ). Apro repubblicapuntoitte (per una disamina su quel fatto sociale che è il quotidiano online si reinvia a zerocalcare) e leggo dell’attentato. La prima cosa da fare in questi casi, oltre a non farsi prendere dal panico e dal conflitto irrazionale (Coser 1967) bisogna andare alla fonte delle informazioni. Ho aperto twitter, che è passato da canale di informazione per “stare sul pezzo” a social network per quarantenni arrapati e per pedofili dallo scambio facile, e ho iniziato a cercare ulteriori info.
Twitter come fonte di informazioni ha un sacco di pregi e un sacco di difetti. Innanzitutto, la quasi totalità dei tweet erano informazioni e visioni personali, totalmente inutili in un contesto di questo tipo. Si sentiva il bisogno di fare gruppo di fronte a una minaccia (presunta) comune. Fare gruppo passava dallo scambio di reciproche opinioni, dal rilanciare ogni tipo di notizia su cui si poteva mettere le mani fino a elaborare collettivamente un lutto tutt’ora in corso.
Un’importante strumento è stato Periscope che ha permesso a molti di noi di stare sui luoghi degli attentati. Quelle immagini, non più statiche come le foto o le parole, smontavano in qualche modo l’aura di tensione aggressiva che si era creata, trasformandola in una lunghissima attesa. In quell’attesa c’eravamo tutti, da chi non capiva la lingua e cercava di immaginare a chi, volontariamente, traduceva le parole che venivano dette. Nessuno pensava seriamente che sarebbe potuto accadere qualcosa. Aspettavamo e basta, cercando qualcosa da vedere e da immaginare. Nei vari Periscope si sono formate microcomunità di intenti, legati a quei 20 minuti di trasmissione media. Una volta finito, avevamo tutti assistito alla Storia e potevamo tornare, con il cuore gonfio di orgoglio per aver “visto”, alle nostre faccende quotidiane e ai nostri tweet.

Mario Venturella (@LordPandoI)

 

 

Finalmente qualcuno ha capito che con Isis è in corso principalmente una battaglia mediatica. Rainews24 dopo gli attacchi di Parigi ha dichiarato che non diffonderà più le immagini delle atrocità varie compiute dalla “holliwood del terrore”. Hanno deciso di non fare più il loro gioco dicendo che adesso il terrore è arrivato a un nuovo livello, è entrato nel nostro quotidiano e non c’è più bisogno di mostrare esplicitamente le amenità dello stato islamico. In realtà non so con quanta consapevolezza ma hanno compiuto una saggia manovra strategica in quanto gran parte del nucleo della struttura di Isis si basa sul baraccone della propaganda sfruttando anche i media occidentali che fanno da cassa di risonanza. Per spezzare le reni allo Stato islamico bisogna proprio colpire la sua macchina mediatica, che in parte è agevolata dall’occidente stesso in quanto per avere copertura di rete sfruttano satelliti e domini occidentali. Ma questo è un altro discorso. Un’altra considerazione da fare è che l’attentato parigino ha alzato l’escalation del terrore ma ha anche portato la campagna per il reclutamento dei foreign fighters che vivono in occidente a un nuovo livello. Riprendo ciò che già diceva Marco Venturini in un articolo di agosto, ma che per taluni aspetti l’attacco di Parigi ha attualizzato e confermato.

Tutti ormai sappiamo che, come anche diceva Chiara, i giovani di seconda generazione che vivono in slums e banlieu sono in preda all’anomia e trovano nella jihad una fonte per ritrovare identità e sicurezza. I Messaggi vengono distribuiti in rete hanno adottato le stesse tecniche di marketing per prodotti occidentali destinati agli stessi target (i giovani) quali videogiochi e trailer (questa cosa si chiama adbusting), tramite i social network entrano in contatto con l’organizzazione che utilizza le stesse tecniche psicologiche di alcune sette religiose che in fase iniziale offrono affetto e coccole al nuovo arrivato (love bombing). Gli eventi di Parigi hanno aggiunto un altro elemento cioè la paura che la minaccia sia sempre più vicina, questo provoca una sorta di sindrome di Stoccolma (quel paradosso psicologico dove la vittima entra in empatia con il carnefice) per cui il giovane già simpatizzante per Isis vedrà questi ultimi come pericolosi e regredendo psicologicamente ad uno stato infantile causato dal terrore della minaccia tenderà a identificarsi con loro, a cercare di comportarsi come detto da loro. Perfino le dichiarazioni di guerra o di ritorsione da parte del governo del paese in cui vivono avranno l’effetto di allontanare il futuro jihadista ancora di più dalla società per paura che questo non faccia altro che scatenare l’ira dei suoi nuovi idoli.

Niccolò Sirleto

 

Quando ho appreso della notizia mi trovavo a Venezia ed ero in compagnia di una persona che leggeva praticamente solo sui siti francesi di quello che stava succedendo perché in vacanza a casa da un Erasmus a Parigi quindi in un primo momento ho solo preso coscienza della comparazione tra commenti a caldo di Italia contro Francia. Mi trovo concorde con l’idea generale di concentrarci sulla questione mediatica della storia. Giocare sulla paura collettiva da parte dei media italiani che hanno dimostrato ancora una volta di essere il ventre molle dell’informazione mondiale, fomentando come diceva Niccolò un atteggiamento psicotico (molto banalmente ora ogni cazzata che succede in questo senso va sulle prime pagine come la notizia del giorno). In più, essendo già passata per motivi di studio attraverso le dinamiche che relazionano Facebook all’irrazionalità e all’ignoranza, non solo potremmo tenere in considerazione l’idea che in questa fase della storia dell’umanità la massima espressione del proprio pensiero e o dell’adesione o meno a qualcosa dipenda dalla propria immagine… del profilo. Letteralmente filtrata! Non solo, la spasmodica condivisione di vecchi post o peggio robe inventate e il diritto dovere di ognuno di esprimere un punto di vista totalmente arbitrario.
La paura che diventa il motore della follia da una parte e che esaspera il conflitto dall’altra. Una specie di circolo vizioso dell’ignoranza che si autoalimenta con la illusoria volontà di manifestare consapevolezza.

Raffaella Maiullo

 

Tutta questa scarsità dei media italiani non dovrebbe suonarci nuova. Da un po’ si dice e si ripete ovunque che abbiamo una pessima classe giornalistica. In realtà alcuni hanno fatto, al solito, un ottimo lavoro. Rainews24 e SkyTg24 andavano avanti alla perfezione. Anche traducendo quello che France24 e gli altri Tg francesi mostravano, praticamente in tempo reale. Oltre ad aver mandato subito i propri giornalisti il più vicino possibile ai fatti. Su quello che è successo, in particolar modo sui quotidiani, dal giorno dopo, si può anche sorvolare. Sciacalli e iene stavano ormai saturando il campo (e la saprofagia dà visibilità).
Anche Twitter, da parte sua, sembra comunque continuare a catalizzare l’attenzione di chi cerca rapidamente informazioni. Anche se, ad oggi, è sfruttato in generale più come cassa di risonanza continua che come “sito d’informazione” (resta comunque un social network…).
Gli account Twitter di Daesh, Dabiq, tutta la propaganda – come detto tremendamente occidentale – e infine gli stessi attentati vanno forse visti proprio come una grande cassa di risonanza, che di continuo e in crescendo spara Messaggi verso gli “arabi occidentali”. Come scrivevano Chiara e Niccolò, l’anomia di questi ragazzi è una miccia che insistentemente Daesh cerca di accendere. E nelle banlieue – in modo incommensurabilmente maggiore di qualsiasi altro posto in Europa, o America – è molto più facile che prenda fuoco e resti accesa: “Bisogna pensare a quello che successe negli anni di piombo in Italia: le Brigate Rosse non sarebbero potute esistere se non fossero state avvolte da vari strati di connivenze, affinità, complicità, amicizie, appoggi esterni, giustificazioni“. Bisognerebbe forse guardare all’humus che nelle banlieue avvolge questi fatti, per capire veramente questa ondata di terrore, in occidente.

Alessio Di Marco (@dmalessio)

 

Il Caro Alessio mi offre un buon assist per iniziare a dire quello che già pensavo di voler dire, parlando di Daesh.
La differenza fra ISIS e Daesh è una differenza terminologica con un effetto ideazionale potente: parlare di fare la guerra a uno Stato Islamico (ISIS/ISIL) è evidentemente differente dal combattere un movimento armato con pretese territoriali non pienamente riconosciute (Daesh).Per questo le bombe non funzionano, non funzioneranno mai, né sono accettabili: la guerra all’ISIS/ISIL (come Stato) è, paradossalmente, imperialismo europeo nei confronti di un nemico nuovo. Ed è solo perché ISIS è, fondamentalmente, fascista (ur-fascista, secondo la definizione di Eco) che non abbiamo le manifestazioni di appoggio da parte dell’immaginario della sinistra radicale europea che ebbero – giusto per citare un caso – i guerriglieri del FLN .Si può (si deve) combattere Daesh (inteso come movimento armato globale), e lo si combatte nelle periferie e nelle aule universitarie, con le azioni di polizia e l’intelligence. Qualche giorno fa, a una riunione del movimento sociale che seguo per fare la mia tesi, venne fuori un discorso di questo tipo, che abbracciava le ragioni del terrorismo. Sono sempre stato convinto che il terrorismo “islamico” (passatemela, sono un po’ di fretta) si combatta con l’accoglienza e con una integrazione che riesce a rispettare le tradizioni e le storie degli immigrati. A quella riunione è stato presentato un passaggio in più, un passaggio dialetticamente potente: non basta accogliere, serve anche lottare e coinvolgere nella lotta per i diritti e la dignità queste comunità (ancora: comunità è un termine forse improprio, ma qui sto eccedendo caratteri).Combattere Daesh è poi così distante da combattere il neoliberismo? Forse possiamo (intellettuali, attivisti, sinistra radicale europea, ecc.) ripartire da questo.

Tommaso Frangioni (@SonoilmioDJ)

 

Seguendo quanto rilanciato da Niccolò, sono d’accordo sull’importanza di combattere la macchina mediatica, ma allo stesso tempo ritengo che sia necessario affrontare la questione anche dall’altro punto di vista, quello che è stato sottolineato in precedenza ovvero dell’ humus che nasce dalla combinazione esplosiva tra marginalità, anomia e radicalizzazione di cui anche il sociologo Farhad Khosrokhavar ieri ha evidenziato l’importanza.
Stare sulla scia di Tommaso, invece mi permette di dare sfogo alla mia personalissima vocazione di insegnante di cui mi scuso in anticipo. Passatemi la citazione dal mio vecchio manuale di pedagogia, “evitare i conflitti è opera della politica, costruire la pace è opera dell’educazione”, questo lo diceva la vecchia cara Maria Montessori, e per me rimane un punto fisso in cui credo fermamente, anche se come dice sempre Alessio in privato quando ne discutiamo, “ma uno a scuola ci sta 5 ore, poi il resto della giornata torna in periferia”; questo è vero, ma la scuola ha da sempre un ruolo cruciale nella formazione della persona (socializzazione secondaria blablabla). Fare educazione per la pace, significa un educazione interculturale, in cui promuovere lo sviluppo del pensiero critico e aperto al cambiamento, e questo non vuol dire solamente far conoscere le culture diverse con banale “assimilazione”, ma promuovere l’integrazione e il multiculturalismo, che favoriscono a loro volta lo sviluppo di una “cultura della differenza” improntata al dialogo oltre che al riconoscimento di diritti, libertà e codici reciproci. Nelle nostre scuole (italiane ma anche europee) nonostante se ne parli da anni, e questo sia negli obiettivi dei programmi scolastici e talvolta condensato sotto la voce “educazione civica”, non sempre questa azione viene svolta nel modo appropriato per i motivi più svariati (che non mi metto ad elencare chesennònonfiniscopiù). Favorire questo tipo di educazione seriamente potrebbe fare la differenza, (e non parlo solo in maniera utopica, ma anche dal punto più materialistico possibile), fare un’educazione del genere anche per coloro che “non sono” e si sentono tagliati fuori dalla realtà in cui vivono, vuol dire fornire loro un’identità (LA loro), senza che questi vadano a ricercarla là, dove gli viene riproposta estremizzata; vuol dire togliere braccia all’esercito non solo dell’Isis ma anche a quello verde di Salvini.

È un ottima strategia e funziona se svolta nel modo “giusto”, pecca solamente in una cosa lo so, ci vuole tempo.

Chiara Falchi

 

L’educazione alla pace e all’integrazione passa certamente attraverso la scuola. Un mio amico una sera mi sorprese con questo suo piano per stabilizzare il medio oriente: si trattava di prendere giovani donne, farle fare percorsi di studi nei centri di eccellenza occidentale per poi reinserirle sul loro territorio in modo graduale affinchè entrassero nel corpo insegnanti e si facessero portatori di ideali di integrazione. Nel giro di una generazione questi germogli democratici sboccerebbero e I fondamentalismi avrebbero maggiori difficoltà nel reclutare i giovani. Peccato che per coltivare prima bisogna togliere le erbacce e questo significa azioni militari e la lezione che il male genera male non è stata ancora imparata, ma soprattutto inevitabilmente gli interessi dei poteri forti occidentali si insinuerebbero nel processo e allora sarebbe un colonialismo 2.0, la scintilla di autodeterminazione rimarrebbe e prima o poi il ciclo di insurrezione ripartirebbe. Anche perché la situazione è in mutamento continuo perché ISIS si fregia dello scettro della teocrazia islamica ma, come diceva Tommaso è soltanto un fascismo, anzi una banda di predoni nel deserto. Se si legge la lunga intervista fatta a questo ex agente di uno dei vari apparati di sicurezza dello Stato Islamico si capisce la caratteristica di galassia multicolore eterogenea di genti e situazioni diverse. Anzitutto la sharia non è rispettata da tutti in egual modo, e spesso viene usata più come strumento per riscuotere le tasse, vessazioni su ogni cosa dalle sigarette ai prodotti provenienti da zone “estere”di cui fanno parte anche i territori controllati da Assad o dagli altri ribelli (che fanno parte dell’ombrello omnicomprensivo del FSA); da questo punto di vista lo Stato Islamico è veramente un sistema feudale: elitè e governatori regionali che fanno gli affari loro, foreign fighters che spadroneggiano e fanno pure loro quello che vogliono, tra i più brutali e anarchici i caucasici moderni lanzichenecchi che sono temuti perfino dagli stessi siriani. Per non parlare della spudoratissima ambiguità della Turchia che permette il tranquillissimo andare e venire di chiunque tant’è che a Kobane sono stati visti guerriglieri di ISIS che mangiavano panini del McDonald e patatine che si sono procurati evidentemente al rientro dalla Turchia. In questo caos le varie agenzie di sicurezza e repressione dell’IS si tacciano l’un l’altra di essere infedeli ; il tizio intervistato ora ha un suo gruppo di guerriglieri anti Assad ma è scollegato dall’ISIS che accusa di non essere portatore della giusta jihad ma solo di violenza. Qualche settimana fa lessi un altro articolo di Vice che adesso non riesco a ritrovare di un francese che contattava un suo vecchio amico che aveva visto tramite facebook che era andato in Siria a unirsi all’ ISIS ma che ora faceva parte di Al Nusra (quelli di Al Quaeda) per lo stesso motivo. Ritornando all’educazione all’integrazione va fatta in occidente di modo che il terrorismo non possa sfruttare reti di collaborazione sul territorio degli stati bersaglio. Il problema è che non bastano vuote parole di fratellanza etc… bisogna andare in fondo capire quali sono i bisogni e i disagi di intere comunità che convivono in paesi ospiti.

Niccolò Sirleto

 

Stanno emergendo numerosi punti interessanti rispetto a quella che poi è l’idea generale. Ovverosia non soltanto interrogarci sul come questi fenomeni stanno trasformando la cultura superficiale occidentale a sacrificio della vera informazione ma anche e soprattutto tentare di spiegare sociologicamente il motivo intrinseco di questi eventi e della loro conseguenza nelle relazioni umane. Dal canto mio, anche se mi trovo parzialmente d’accordo con i ‘sostenitori’ della pedagogia come strumento educativo rispetto all’approccio con il mondo devo dire che questo tipo di movimenti a mio avviso non devono essere presi come fallimento del sistema educativo ma piuttosto di quello interazionale. Cerco di spiegarmi meglio perché mi rendo conto che a volte sono eccessivamente complicata. Secondo lui la socializzazione all’interno del gruppo deve essere esasperata quasi a livelli disumani per consentire al gruppo stesso di compiere azioni collettive poiché talvolta portano al rischio della propria vita. Allora se da una parte abbiamo una organizzazione di stampo militare che si adopera affinché si crei un gruppo unito a tal punto da giustificare la perdita di vita umana per qualcosa di più “grande” dall’altro abbiamo dei soggetti che si associano con intenzioni comuni e fini comuni che si uniscono per dare un senso alla loro vita fino al punto di perderla. Proprio l’assenza di una socializzazione con pari (mettiamoci dentro pure la questione della mediazione dei social che bla bla bla impediscono lo scambio diretto bla bla bla) porta ad inventarsene una che per quanto possa essere lontana in tutti sensi dalle dinamiche quotidiane del soggetto (vedi casi di gente che si unisce a is da tutto il mondo) diventa un motivo di aggregazione. Detto ciò non sottovaluterei la questione dell’impatto sul social perché secondo me in questa fase, ribadisco, mi perdonerete, è importantissimo sottolineare come quello che veniamo a sapere, quello che poi decidiamo di condividere e quello che ci circonda sia principalmente filtrato da facebook. Esempio lampante sono i numerosi status con la seguente dicitura grosso modo “Mark, ma l’immagine del profilo con la bandiera del Mali non la facciamo?” e simili.

Raffaella Maiullo