Un ospedale per curare le malattie sociali

L’arte può essere usata come uno strumento espressivo e terapeutico all’interno della società e il padiglione Israele della 58° Biennale d’Arte di Venezia ne è la prova. Ve lo anticipiamo subito, non vogliamo stilare classifiche o farvi sapere quanto ci è piaciuto questo padiglione più degli altri ma è successo qualcosa dopo aver fatto quest’esperienza alla Biennale di Venezia e ve lo vogliamo raccontare. Innanzitutto vi diamo un po’ di contesto per farvi capire dove ci muoviamo. Il titolo della Mostra d’Arte Internazionale di quest’anno fa già presagire qualcosa di interessante, appunto. MAY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES, pare più che un auspicio una minaccia perché l’interessante che si prospetta non è sempre rose e fiori e se sono rose hanno le spine e se sono fiori sono velenosi o carnivori. Partiamo  inoltre da un presupposto. Una di noi questo padiglione l’ha esperito e l’altra no ma non vi diremo chi perché non è questo quello che conta. Quello che realmente ha importanza è l’impatto emotivo, sociale, sostanziale che venire a conoscenza di questo percorso ha avuto sulle nostre esistenze. (ALLERTA SPOILER). Il padiglione, infatti, è stato trasformato per l’occasione in un ospedale, il Field Hospital X (FHX), in cui il visitatore è accolto da infermiere.

Sala di attesa del Field Hospital

Sala di attesa del Field Hospital. Già dal fatto di doversi prenotare si capisce che qualcosa di diverso c’è qui dentro e lo si capisce anche dal fatto che l’interno, partendo dall’ingresso è allestito come la sala d’attesa del dottore (anche se in qualche modo assomiglia anche al gate di un aeroporto, coincidenza?). Una ragazza molto professionale accoglie i visitatori e spiega che una volta preso il numero bisognerà aspettare il proprio turno, che significa dover aspettare anche due, tre ore. Non c’è fila però o meglio non c’è tanta fila. Sono quasi tutti seduti a guardare sullo schermo piuttosto grande dei messaggi non molto chiari ad una prima osservazione superficiale. Qui viene proiettato un video in cui Aya Ben Ron, artista dell’installazione e fondatrice della clinica, annuncia che si tratta di un centro “dove voci tacitate possono essere sentite e ingiustizie sociali possono esser viste”. Le teorie della ricezione artistica si sono sviluppate in Germania alla fine degli anni Sessanta e sottolineano come il processo di fruizione possa diventare parte costitutiva dell’evento artistico stesso. E questo processo avviene fin dal momento in cui il paziente visitatore mette piede nell’ospedale e in cui gli viene chiesto di essere paziente poiché la cura ha bisogno di tempo. Una volta preso il numerino, il rischio di scoraggiarsi è grande. Mancano SOLO trecentosettanta numeri e poi arrivi tu. Il tempo è poco e allora si sfida la sorte. Infili in tasca il numero e ti dici che se è destino quando tornerai dopo aver fatto un tour de force dei Giardini della Biennale ci tornerai e vedrai anche questo. 

Ti avvicini al desk dove consegnano quelle che loro chiamano ATTREZZATURE DI CURA, ovvero un opuscolo che può essere scelto e un bracciale di carta con una frase. I DON’T WANT TO THINK ABOUT IT. È tutto molto confuso all’inizio ma forse è meglio così. Dopo aver consegnato il materiale, l’ATTREZZATURA DI CURA, ti fanno indossare dei copri scarpe e questo fa subito entrare nel mood di un ospedale dove tutto deve essere sterile e perfettamente pulito. Ti siedi e di nuovo si aspetta il tuo turno. Ci sono tre cabine insonorizzate all’interno dove ti dicono che puoi urlare. Urlare? Perché? Hai  tre possibilità di urlare. Una da sola. Una insieme alla voce e un’ultima ancora da sola. Ok, lo ammettiamo. La cosa mette a un po’ in soggezione, poi trovi il coraggio e lo fai. aaaaaaaaaAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAaaaaaa. Un’azione che normalmente viene vietata (basti pensare ai cartelli negli ospedali che invitano a mantenere il silenzio) qui invece viene incoraggiata. Esci e cerchi di capire dalle facce delle altre persone in attesa che cosa possano aver sentito. Decidi che non hanno sentito nulla e ti dirigi al piano superiore del padiglione. L’immagine che si para innanzi è quella di tante sedie simili a quelle del dentista con degli schermi posizionati di fronte e altrettante persone con delle cuffie. La storia che scegli è NO BODY ed è un colpo in pieno petto. Un pugno che toglie il fiato. Una storia raccontata con voce calma e posata, una musica leggera e paesaggio marino, una barca. Una canzone il cui tema parte da una favola dei fratelli Grimm intitolata THE GIRL WITHOUT HANDS e per intenderci le favole dei Grimm erano qualcosa di talmente terribile nei loro testi originali che neppure Mary Shelley e Edgard Allan Poe a quattro mani avrebbero potuto concepire (sempre secondo noi, ovviamente). Insomma, per 11:35 minuti non respiri se non per brevissimi tratti. No body (la storia che hai  scelto, perché se ne possono scegliere altre) è un video sull’abuso nella famiglia. Il trauma vissuto dall’artista Aya Ben Ron raccontato attraverso una combinazione di video e animazione ti spezza il cuore.

Questo ospedale tuttavia, pensato dall’artista come un ospedale che cura le malattie sociali, è un posto dove gli spettri privati si fanno strada in modo cauto fino a sfondare le porte del celato, dell’andamento cauto delle emozioni rispetto ad alcuni drammi che la società contemporanea ancora oggi si ostina a considerare tabù, come quello della violenza infantile. Al termine del video vengono sottoposte le opinioni di due studiosi Israeliani. Shai Lavi, professore di Legge all’Università di Tel Aviv e direttore dell’Istituto Van Leer a Gerusalemme. Una delle massime autorità in fatto di regolamentazione dell’autorità sul corpo umano in Israele. Sagit Arbel Alon, MD ginecologa e poetessa, fondatrice e prima direttrice del Centro Bat Ami per il trattamento di donne e uomini vittime di abusi sessuali a Gerusalemme.

Si esce da questa esperienza con uno strano ronzio nella testa. Le opinioni alla fine non le senti davvero se il video ti ha scombussolato tanto. Alla fine ti regalano un bracciale per ricordarti che HERE ANYONE CAN LIVE FREE, anche se a primo impatto sembra che ci sia scritto CAN’T. E quindi? Metti piede nell’ospedale che sei malato e ne esci guarito? Non proprio. Di sicuro però ne esci stravolto. 

Bracciale del padiglione Israele

I primi studi sull’uso sociale dell’arte, emersi a partire dagli anni ‘90 grazie alle opere di Bourdieu [note]Bourdieu, P., Darbel, A., Schnapper, D., & Brienza, L. P. (1972). L’amore dell’arte: le leggi della diffusione culturale: i musei d’arte europei e il loro pubblico. Guaraldi ed.[/note] e Becker [note] Becker, H. S., & Sassatelli, M. (2004). I mondi dell’arte. Il mulino[/note], hanno sviluppato una definizione di arte come prodotto collettivo e non solo esclusivo dell’artista. Attraverso questi video molte storie vengono ascoltate e la medicina, in questo caso la condivisione di esperienze di persone che hanno subito ingiustizie sociali,  viene messa a disposizione per “curare” la società. 

Qui nessuno può vivere libero, la negazione della cura secondo il FILED HOSPITAL. Quello che lascia il padiglione è un senso di sconforto e di tristezza e allo stesso tempo regala il potere della condivisione, il superamento di quella frase iniziale I DON’T WANT TO THINK ABOUT IT, io non voglio pensare a questo e invece poi ti tocca pensarci per forza. Ci pensi e non solo ci devi pensare ma lo vivi, attraverso le parole dell’artista vivi l’esperienza che ha vissuto, piangi insieme a lei e ne esci come ne è uscita lei, quindi non ne esci. Quella che ha preso forma durante l’installazione non è stata una semplice informazione sulle ingiustizie sociali ma una e vera e propria comunicazione su cosa si prova quando si subiscono ingiustizie sociali. I costi intangibili di queste malattie sono molto evidenti, sono esprimibili in sofferenza e non possono essere curate con una scatola di pasticche.

Ecco ciò che si trova in questa cura, il senso ultimo di questa esperienza è che non se ne esce affatto. Si può raccontare, mettere al corrente e condividere ma non si può superare. Si può continuare, si può creare qualcosa di straordinario, si può allestire un intero padiglione della Biennale 2019 e generare un’esperienza unica per i visitatori che avranno la fortuna di viverla e regalare loro un bracciale dove si dice che OGNUNO QUI PUÒ VIVERE LIBERO e capire solo dopo che la vera liberazione è raccontare una storia orrenda che hai vissuto e costruire un mondo dove sei il primo ad impegnarsi per non farlo vivere a nessun altro, mai più. Attenzione però, come si legge all’ingresso: BE PATIENT, CARE NEEDS TIME.

Scritta all’ingresso del padiglione




Back from the field #1

Intro (o del dramma del ritorno a casa)

Il ritorno dal campo è sempre complesso, perché di solito è in concomitanza con la fine della giornata e (si spera) con la fine dei lavori. Invece te ne torni al tuo nido in cerca di tranquillità solo per trovare altro lavoro da fare. Altre note da buttare giù e altre parole da scrivere.
Ricordo la mia prima esperienza etnografica. Gettati come “pecore in mezzo ai lupi” (Matteo 10:16-20) [note] Un incredibile spaccato etnografico ce lo regala Matteo:
“Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
E guardatevi dagli uomini; perché vi metteranno in man de’ tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete menati davanti a governatori e re per cagion mia, per servir di testimonianza dinanzi a loro ed ai Gentili. Ma quando vi metteranno nelle loro mani, non siate in ansietà del come parlerete o di quel che avrete a dire; perché in quell’ora stessa vi sarà dato ciò che avrete a dire. Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.”
Sull’importanza della Bibbia nella ricerca sociale, cfr 10 modi ingegnosi [/note] ci siamo ritrovati io e il buon Nicolò da Firenze (sulla cui storia un giorno ci fermeremo) in un vortice di interviste improvvisate, di note scritte ovunque, di notti insonni e di procioni in cucina che divorano torte (don’t ask).
Di quei giorni ricordo soprattutto l’ansia dettata dal dover fare il diario di campo notturno, che sarebbe successivamente stato inviato al quartier generale. Oggi come allora rivivo quell’ansia da scrittura, da rilettura degli appunti indecifrabili. Però, dato che il dramma del foglio bianco va sconfitto, ho deciso di provare comunque a scrivere.

Movimenti, studenti e repressione

Lo strike team per questa prima seconda terza uscita opificiale è composto da me, Chiara e Costanza.

PANDA

La giornata di oggi ci ha visti impegnati in una osservazione preliminare all’interno del progetto Clash City Network.
In questa giornata campale abbiamo partecipato ad un’assemblea indetta da diversi collettivi fiorentini. Il tema dell’incontro, chi ha partecipato e cosa è stato detto non sono propriamente gli argomenti che intendiamo affrontare. Pensiamo che il nostro non debba essere un lavoro giornalistico ma di indagine sui significati dei movimenti e sulla rete di solidarietà che si formano quando questi movimenti vanno incontro a forme di repressione più o meno marcate.
Risulta difficile non rapportare la loro esperienza al vissuto di chi, come noi, ha vissuto situazioni simili negli anni passati. In queste occasioni, pochi anni possono fare la differenza e rischiano di relegare la propria esperienza all’interno di un movimento in una visione “mistica” e stereotipata[note]Come già detto, raffrontare esperienze simili tra di loro inserendole nel solito frame di interpretazione può portare ad aberrazioni cognitive importanti.[/note].

CONNIE

Per quanto mi riguarda, si può parlare anche nel mio caso di ansia del foglio bianco, associata però non ad un ritorno sul campo, ma piuttosto ad una “prima volta ” sul campo. Richiamando Park, la prima volta che mi sono leggermente sporcata i pantaloni in una semplice stanza del chiostro di Sant’Apollonia: “Andate a sedervi negli atri di alberghi di lusso e sui gradini delle pensioni di infimo ordine; sedetevi sui sofà della Gold Coast o nei giacigli dei bassifondi; sedetevi nell’Orchestra Hall e nel Star and Garter Burlesque. Insomma, signori, andate a sporcarvi il fondo dei pantaloni in mezzo alla ricerca vera”. Ovviamente, ne è valsa decisamente la pena. Trattandosi di una riunione di collettivi studenteschi, e quindi un ambiente giovanile, con un clima disteso, non mi sono sentita completamente un pesce fuori d’acqua. Allo stesso tempo, però, non ho potuto fare a meno di provare un po’ d’ansia e di notare quante cose siano cambiate nel corso di cinque anni in materia di scuola, occupazione e autogestione. Bene, l’assemblea inizia! Sono passati tre mesi dalle occupazioni e dall’intervento della polizia ma nell’aria c’è sempre grande fervore riguardo a cosa è successo.  Fervore che però rimane sempre all’interno di un frame organizzativo. I fatti, inoltre, vengono raccontati in modo più attendibile possibile (dando la parola, ad esempio, a chi ha vissuto l’occupazione e ha avuto a che fare con gli agenti di polizia). Facendo riferimento al mio bagaglio personale, ricordando le due occupazioni a cui ho partecipato al liceo, posso dire che questo mi abbia aiutato fino ad un certo punto a capire le dinamiche di questi movimenti collettivi. Mi ha aiutato perché, inevitabilmente, parole come “autogestione”, “blocco della didattica”, “votazione” mi fanno subito ricordare quel sabato mattina di ottobre del 2008 nel cortile della scuola sommerso da studenti a sedere per terra, dove una semplice assemblea d’istituto  si trasformò, in seguito ad un “chi è favorevole al blocco della didattica si alzi in piedi”, in una vera e propria occupazione. Dall’altro lato però questo bagaglio personale è incompleto perché nessuna delle due volte si è conclusa con l’intervento della polizia o con denunce a carico di studenti. Ho cercato, però, di sfruttare questa mia “mancanza” come costrizione per non dare nulla per scontato.  È soprattutto facendo riferimento a questi eventi che si nota la grande solidarietà che  lega gli studenti,  provando proprio ad immedesimarsi  con chi di loro (preoccupandosi in primis proprio dei ragazzi minorenni) si è visto arrivare a casa una denuncia oppure direttamente agenti della polizia.

PANDA

Nel corso dell’assemblea sono stati tirati fuori, in più di una occasione, episodi del passato recente.
Sentir parlare dell’Onda[note]Per una documentazione fotografica accurata rivolgersi a Google oppure alla DIGOS (che salutiamo sempre calorosamente)[/note] come di una cosa di un passato lontano, fatta da persone e facce sbiadite nel tempo, devo dire che mi ha fatto una certa impressione. I fatti del periodo di proteste iniziato nel 2008 meriterebbero una narrazione più completa rispetto a due righe su un blog. Ma questo passa il convento. Studiare i movimenti sociali, le forme aggregative e i modi con cui mutano i modi di fare alleanze non è un pretesto per andare alla ricerca del tempo perduto[note]All’odore delle madeleines si sostituisce quello della birra rancida, del caffè della macchinetta e della frustrazione[/note] Non si tratta (non solo) di sentirsi improvvisamente vecchio, ma anche di venire a patti con il fatto di essere cambiati, di aver fatto il nostro tempi (sigh) e che i frame di interpretazione dei movimenti sociali necessiterebbero di una bella ricalibrata. Ciò che colpisce, rispetto alla mia esperienza passata, è vedere la formazione e il mantenimento di un “network” solidale più efficace e presente rispetto a come sono stato abituato a vederlo. La solidarietà è sentita, percepita e fatta vedere in maniera esplicita.

CONNIE

Solidarietà che non resta “campata per aria” ma che punta subito a concretizzarsi con la creazione di una “cassa di repressione” per sostenere economicamente gli imputati e con l’aiuto dei principali social media, più precisamente con la creazione di alcuni video.  Ed è qui che sembrano davvero passati secoli dai “miei tempi”, dove la pubblicazione e la distribuzione del buon volantino ci facevano sentire dei veri  e propri professionisti. Tramite queste mosse, comunque, sembra crearsi un fronte  progettato  e strutturato, con cui si cerca di affrontare i provvedimenti che sono stati presi dalla varie istituzioni.  I racconti di questi fatti lasciano spazio anche all’ironia, che pare unire ancora di più i rappresentanti dei collettivi. Ironia in merito allo svolgimento di alcuni interrogatori da parte della polizia ai ragazzi, delle reti organizzative e comunicative create dai professori per l’identificazione di alcuni possibili partecipanti influenti al movimento (chi ha il “privilegio” di far parte della leadership e chi no, in pratica)  ed, infine, riguardo proprio allo svolgimento dell’assemblea attuale e al verificarsi di piccoli “screzi” tra gli aderenti.  Infine, la componente emotiva dell’incontro non passa sotto occhio: dall’entusiasmo di quel giorno, alla delusione nei confronti del personale docente, alla rabbia nei confronti della preside.

max weber

Outro (o del dramma di rimettere insieme i pezzi)

Scrivere di un progetto in fieri è difficile. Scrivere di un fenomeno che si sta evolvendo è molto difficile. Pensare di scrivere di tutto questo e rimanere assolutamente obbiettivo è quasi impossibile. Non per questo ci arrendiamo e proveremo comunque a tenere questo “diario di campo[note]Erika Cellini L’osservazione nelle scienze umane. 2008, Franco Angeli[/note]” un po’ improprio. Cercheremo di non mettere troppo materiale utilizzato in Clash City Network e daremo più spazio (per quanto possibile) alla componente emotiva, storica e “impressionista” dei nostri appunti, considerata da noi ugualmente importante. Ci sentiamo avalutativi, ma sentiamo anche il dovere di raccontare il conflitto, lo scontro e la lotta per l’imposizione di una narrazione egemone, senza appiattire le parti in una irrealistica equità di consenso e potere.

Nella prossima puntata di Back from the field

isa occupato

  • Porte in faccia, interviste occupate e passaggi nei boschi. La nostra esperienza all’ISA occupato (si ringrazia il Collettivo per la disponibilità)