Un ospedale per curare le malattie sociali

L’arte può essere usata come uno strumento espressivo e terapeutico all’interno della società e il padiglione Israele della 58° Biennale d’Arte di Venezia ne è la prova. Ve lo anticipiamo subito, non vogliamo stilare classifiche o farvi sapere quanto ci è piaciuto questo padiglione più degli altri ma è successo qualcosa dopo aver fatto quest’esperienza alla Biennale di Venezia e ve lo vogliamo raccontare. Innanzitutto vi diamo un po’ di contesto per farvi capire dove ci muoviamo. Il titolo della Mostra d’Arte Internazionale di quest’anno fa già presagire qualcosa di interessante, appunto. MAY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES, pare più che un auspicio una minaccia perché l’interessante che si prospetta non è sempre rose e fiori e se sono rose hanno le spine e se sono fiori sono velenosi o carnivori. Partiamo  inoltre da un presupposto. Una di noi questo padiglione l’ha esperito e l’altra no ma non vi diremo chi perché non è questo quello che conta. Quello che realmente ha importanza è l’impatto emotivo, sociale, sostanziale che venire a conoscenza di questo percorso ha avuto sulle nostre esistenze. (ALLERTA SPOILER). Il padiglione, infatti, è stato trasformato per l’occasione in un ospedale, il Field Hospital X (FHX), in cui il visitatore è accolto da infermiere.

Sala di attesa del Field Hospital

Sala di attesa del Field Hospital. Già dal fatto di doversi prenotare si capisce che qualcosa di diverso c’è qui dentro e lo si capisce anche dal fatto che l’interno, partendo dall’ingresso è allestito come la sala d’attesa del dottore (anche se in qualche modo assomiglia anche al gate di un aeroporto, coincidenza?). Una ragazza molto professionale accoglie i visitatori e spiega che una volta preso il numero bisognerà aspettare il proprio turno, che significa dover aspettare anche due, tre ore. Non c’è fila però o meglio non c’è tanta fila. Sono quasi tutti seduti a guardare sullo schermo piuttosto grande dei messaggi non molto chiari ad una prima osservazione superficiale. Qui viene proiettato un video in cui Aya Ben Ron, artista dell’installazione e fondatrice della clinica, annuncia che si tratta di un centro “dove voci tacitate possono essere sentite e ingiustizie sociali possono esser viste”. Le teorie della ricezione artistica si sono sviluppate in Germania alla fine degli anni Sessanta e sottolineano come il processo di fruizione possa diventare parte costitutiva dell’evento artistico stesso. E questo processo avviene fin dal momento in cui il paziente visitatore mette piede nell’ospedale e in cui gli viene chiesto di essere paziente poiché la cura ha bisogno di tempo. Una volta preso il numerino, il rischio di scoraggiarsi è grande. Mancano SOLO trecentosettanta numeri e poi arrivi tu. Il tempo è poco e allora si sfida la sorte. Infili in tasca il numero e ti dici che se è destino quando tornerai dopo aver fatto un tour de force dei Giardini della Biennale ci tornerai e vedrai anche questo. 

Ti avvicini al desk dove consegnano quelle che loro chiamano ATTREZZATURE DI CURA, ovvero un opuscolo che può essere scelto e un bracciale di carta con una frase. I DON’T WANT TO THINK ABOUT IT. È tutto molto confuso all’inizio ma forse è meglio così. Dopo aver consegnato il materiale, l’ATTREZZATURA DI CURA, ti fanno indossare dei copri scarpe e questo fa subito entrare nel mood di un ospedale dove tutto deve essere sterile e perfettamente pulito. Ti siedi e di nuovo si aspetta il tuo turno. Ci sono tre cabine insonorizzate all’interno dove ti dicono che puoi urlare. Urlare? Perché? Hai  tre possibilità di urlare. Una da sola. Una insieme alla voce e un’ultima ancora da sola. Ok, lo ammettiamo. La cosa mette a un po’ in soggezione, poi trovi il coraggio e lo fai. aaaaaaaaaAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAaaaaaa. Un’azione che normalmente viene vietata (basti pensare ai cartelli negli ospedali che invitano a mantenere il silenzio) qui invece viene incoraggiata. Esci e cerchi di capire dalle facce delle altre persone in attesa che cosa possano aver sentito. Decidi che non hanno sentito nulla e ti dirigi al piano superiore del padiglione. L’immagine che si para innanzi è quella di tante sedie simili a quelle del dentista con degli schermi posizionati di fronte e altrettante persone con delle cuffie. La storia che scegli è NO BODY ed è un colpo in pieno petto. Un pugno che toglie il fiato. Una storia raccontata con voce calma e posata, una musica leggera e paesaggio marino, una barca. Una canzone il cui tema parte da una favola dei fratelli Grimm intitolata THE GIRL WITHOUT HANDS e per intenderci le favole dei Grimm erano qualcosa di talmente terribile nei loro testi originali che neppure Mary Shelley e Edgard Allan Poe a quattro mani avrebbero potuto concepire (sempre secondo noi, ovviamente). Insomma, per 11:35 minuti non respiri se non per brevissimi tratti. No body (la storia che hai  scelto, perché se ne possono scegliere altre) è un video sull’abuso nella famiglia. Il trauma vissuto dall’artista Aya Ben Ron raccontato attraverso una combinazione di video e animazione ti spezza il cuore.

Questo ospedale tuttavia, pensato dall’artista come un ospedale che cura le malattie sociali, è un posto dove gli spettri privati si fanno strada in modo cauto fino a sfondare le porte del celato, dell’andamento cauto delle emozioni rispetto ad alcuni drammi che la società contemporanea ancora oggi si ostina a considerare tabù, come quello della violenza infantile. Al termine del video vengono sottoposte le opinioni di due studiosi Israeliani. Shai Lavi, professore di Legge all’Università di Tel Aviv e direttore dell’Istituto Van Leer a Gerusalemme. Una delle massime autorità in fatto di regolamentazione dell’autorità sul corpo umano in Israele. Sagit Arbel Alon, MD ginecologa e poetessa, fondatrice e prima direttrice del Centro Bat Ami per il trattamento di donne e uomini vittime di abusi sessuali a Gerusalemme.

Si esce da questa esperienza con uno strano ronzio nella testa. Le opinioni alla fine non le senti davvero se il video ti ha scombussolato tanto. Alla fine ti regalano un bracciale per ricordarti che HERE ANYONE CAN LIVE FREE, anche se a primo impatto sembra che ci sia scritto CAN’T. E quindi? Metti piede nell’ospedale che sei malato e ne esci guarito? Non proprio. Di sicuro però ne esci stravolto. 

Bracciale del padiglione Israele

I primi studi sull’uso sociale dell’arte, emersi a partire dagli anni ‘90 grazie alle opere di Bourdieu [note]Bourdieu, P., Darbel, A., Schnapper, D., & Brienza, L. P. (1972). L’amore dell’arte: le leggi della diffusione culturale: i musei d’arte europei e il loro pubblico. Guaraldi ed.[/note] e Becker [note] Becker, H. S., & Sassatelli, M. (2004). I mondi dell’arte. Il mulino[/note], hanno sviluppato una definizione di arte come prodotto collettivo e non solo esclusivo dell’artista. Attraverso questi video molte storie vengono ascoltate e la medicina, in questo caso la condivisione di esperienze di persone che hanno subito ingiustizie sociali,  viene messa a disposizione per “curare” la società. 

Qui nessuno può vivere libero, la negazione della cura secondo il FILED HOSPITAL. Quello che lascia il padiglione è un senso di sconforto e di tristezza e allo stesso tempo regala il potere della condivisione, il superamento di quella frase iniziale I DON’T WANT TO THINK ABOUT IT, io non voglio pensare a questo e invece poi ti tocca pensarci per forza. Ci pensi e non solo ci devi pensare ma lo vivi, attraverso le parole dell’artista vivi l’esperienza che ha vissuto, piangi insieme a lei e ne esci come ne è uscita lei, quindi non ne esci. Quella che ha preso forma durante l’installazione non è stata una semplice informazione sulle ingiustizie sociali ma una e vera e propria comunicazione su cosa si prova quando si subiscono ingiustizie sociali. I costi intangibili di queste malattie sono molto evidenti, sono esprimibili in sofferenza e non possono essere curate con una scatola di pasticche.

Ecco ciò che si trova in questa cura, il senso ultimo di questa esperienza è che non se ne esce affatto. Si può raccontare, mettere al corrente e condividere ma non si può superare. Si può continuare, si può creare qualcosa di straordinario, si può allestire un intero padiglione della Biennale 2019 e generare un’esperienza unica per i visitatori che avranno la fortuna di viverla e regalare loro un bracciale dove si dice che OGNUNO QUI PUÒ VIVERE LIBERO e capire solo dopo che la vera liberazione è raccontare una storia orrenda che hai vissuto e costruire un mondo dove sei il primo ad impegnarsi per non farlo vivere a nessun altro, mai più. Attenzione però, come si legge all’ingresso: BE PATIENT, CARE NEEDS TIME.

Scritta all’ingresso del padiglione




Castello

Workshop Visualdrome

Grazie ad un’iniziativa finanziata dall’Università degli Studi di Firenze rivolta agli studenti, il Piccolo Opificio Sociologico ha organizzato un workshop di sociologia visuale gratuito che si è tenuto dal 17 al 19 novembre 2017. Il workshop constatava di una parte teorica e di una ricerca sul campo. La prima parte svoltasi grazie alle lezioni di sociologia visuale della prof.ssa Erika Cellini e la parte di video-making con l’aiuto dei due videomaker Carla Grippa e Marco Bertora. L’argomento principale del workshop è stata la riqualificazione urbana del Quartiere di Castello, in particolare delle due fabbriche Ex Cerdec e Ex Seves. Durante il laboratorio è stato realizzato un mini-documentario, presso alcuni luoghi emblematici del quartiere, come il Centro Sociale Next Ermerson e il Circolo Arci.

La seconda parte del progetto, prevista per lunedì 18 giugno 2018,  ha visto l’esposizione del lavoro svolto e la proiezione del documentario “Castello” con successivo dibattito. Sono stati affrontati temi quali la riqualificazione, le politiche urbane del comune, la conversione della riqualificazione dell’area delle imprese e l’importanza di luoghi di aggregazione, come il centro sociale Next Emerson e il circolo Arci. È stata organizzata, inoltre, una mostra con il materiale fotografico prodotto durante il workshop. 




Lo Zen e l’arte della sbobinatura

Imparare il mestiere. Metodi e tecniche per la sopravvivenza sul campo.
Nel processo di ricerca, la parte sul campo è sicuramente quella più emozionante ma anche quella meno trattata. In particolare, quasi nessuno tira fuori dalla black box quei trucchi, quei piccoli accorgimenti, i grandi e piccoli scorni, i regali della serendipity e le sfighe che fanno l’artigianalità dell’esperienza di ricerca e che la rendono un evento unico ed irripetibile. Proponiamo una serie di trucchi per sopravvivere alla ricerca sul campo e portare a casa il risultato. Buon divertimento.

Riprendiamo la gloriosa rubrica del mestiere del sociologo, ovvero quello che i libri di metodologia non dicono. Eravamo rimasti ai Dieci modi ingegnosi per nascondere un registratore.

Dopo le registrazioni, il panico.

Infatti tutti questi minuti o ore di interviste devono essere trascritti per arrivare a fare la successiva analisi. Purtroppo ancora non esiste un uno “sbobinatore automatico”.

Ma la tecnologia ci viene in aiuto comunque.

Consigli pratici e banali prima di iniziare:

  • Fare due conti:

Innanzitutto, non prendere la sbobinatura alla leggera. Chi c’è già passato lo sa sicuramente, ma chi è alle prime armi potrebbe avere anche l’idea che sia un “lavoro rapido e indolore”, mi dispiace rovinarvi la festa giovani ingenui sociologi in erba, non è così. A seconda della qualità dell’audio, specie se fortemente disturbato, vi potrà capitare di dover riascoltare 5-10 secondi anche dieci volte prima di mollare e scrivere (audio incomprensibile)[note]Normalmente la frase audio incomprensibile si dovrebbe scrivere tra parentesi quadre. Purtroppo, WordPress ci impedisce di farlo. Sarebbe bene svolgere le interviste in un luogo silenzioso, e stare molto attenti anche durante l’intervista ai rumori inaspettati (il rombo di una moto o un banale colpo di tosse). Al verificarsi di questi eventi se non si è sicuri che l’audio sia decente, è sempre bene non vergognarsi e chiedere gentilmente di ripetere. [/note]. Ricordatevi che per sbobinare dieci minuti di intervista in media ci vogliono circa 30-40 minuti.Quindi regolatevi con i tempi.

  • Come dice mia nonna (sul serio lo dice in continuazione), “chi ha tempo, non aspetti tempo”, non rimandate la sbobinatura. Farla subito dopo qualche ora o un giorno all’intervista può essere utile a colmare i “vuoti” e i rumori nell’audio con la vostra memoria, per quanto possibile.
  • Sbobinate in un luogo silenzioso, per quanto possibile, e con delle cuffie ben funzionanti. Allontanatevi da insistenti richieste di amici, parenti o gatti.
Sbobinare è quasi una pratica zen, ci vuole concentrazione e assoluto silenzio.
  • Fate delle pause. Si perché sbobinare pretende una buona concentrazione, quindi per mantenerla alta fate delle pause, le vostre mani, orecchie e occhi vi ringrazieranno.
  • Se avete un pessimo audio, ad esempio con del brusio di sottofondo, non disperate non è tutto perduto, programmi gratuiti come Audacity potrebbero venirvi aiuto, trovate mille mila tutorial in giro.
  • Ricordatevi il vecchio detto metodologico “garbage in, garbage out”; vale anche per le sbobinature: sbobinatura fatta male porta ad un’analisi fatta male, potreste perdere informazioni utili durante il percorso. Quindi attenzione!
Quindi armatevi di tranquillità, concentrazione e pazienza.

Bene detto questo,

Let’s start…

Come dicevo, non c’è uno “sbobinatore automatico” ma la tecnologia ci viene comunque in aiuto. Infatti online ci sono siti come “O Trascribe” che possono aiutarvi. Potete selezionare la lingua in alto a sinistra e vedrete che è molto intuitivo, basta caricare il vostro audio ed il gioco è fatto. Inoltre, permette di modificare le scorciatoie sulla tastiera per poter mettere in pausa scrivere e ricominciare, senza bisogno di toccare il mouse! Risparmio di secondi preziosi.

Quando si è finito basta esportare ed ecco a voi il vostro file di testo.

Altrimenti potete scaricare il software gratuito per uso privato Express Scribe Questo software vi permette di caricare il vostro audio e sbobinare direttamente nella console sottostante.

Anche questo vi consente di settare le scorciatoie che preferite, ed è molto semplice da usare. Permette anche di utilizzare delle scorciatoie per abbassare o alzare il volume e la velocità di riproduzione, con le utilissime funzioni: “riproduci con pausa”(mette in pausa automaticamente dopo pochi secondi dando la possibilità di scrivere in maniera continuativa), “ritorna indietro di 5secondi”, “vai avanti di 5secondi”.

Una volta finito basta esportare anche qua il file per aprirlo con un editor di testo.

Detto questo, buona sbobinatura!

Ha scritto:




Lineamenti di una sociologia dell’attesa

Imparare il mestiere. Metodi e tecniche per la sopravvivenza sul campo.
Nel processo di ricerca, la parte sul campo è sicuramente quella più emozionante ma anche quella meno trattata. In particolare, quasi nessuno tira fuori dalla black box quei trucchi, quei piccoli accorgimenti, i grandi e piccoli scorni, i regali della serendipity e le sfighe che fanno l’artigianalità dell’esperienza di ricerca e che la rendono un evento unico ed irripetibile. Proponiamo una serie di trucchi per sopravvivere alla ricerca sul campo e portare a casa il risultato. Buon divertimento.

Come saprete, ci sentiamo particolarmente a nostro agio a svolgere ricerche qualitative. L’odore del campo, il contatto umano, gli imprevisti e la serendipity, il brivido quando speri che il registratore non si noti (nel caso in cui ve lo siate perso, lo trovate qua). Insomma, la ricerca etnografica è fatta della stessa sostanza di cui è fatta la vita (no, non stiamo citando Shakespeare, stiamo citando la pubblicità dell’alfa[note] https://www.youtube.com/watch?v=kM4VDlyNG9Q vedere per credere[/note]). Però c’è un grosso segreto che non vi hanno mai raccontato: proprio come nella vita, la maggior parte del tempo la passi a scassarti le palle annoiarti a morte[note] Nonostante l’enorme narrazione che stiamo cercando di costruire, la ricerca sociale in questo è molto simile alla Scienza. Il tutto si riassume in http://explosm.net/comics/3557/[/note]. Nelle riviste specializzate, questo enorme scassamento di palle inno alla noia[note]”no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia” Califano, Franco (1977) ed Ricordi[/note] prende il nome di “Attesa Etnografica”.

Siamo stati abituati a pensare che l’assenza di un fatto, di un evento, non costituisca una cosa interessante da registrare nel nostro fidato taccuino (per i facoltosi, nel nostro fidato registratore o nella nostra fidata videocamera). L’attesa etnografica si inserisce come una vera e propria rottura all’interno del nostro percorso teorico. L’apostrofo nero fra le parole “l’articolo”.

L’attesa etnografica. Il convitato di pietra di molte delle ricerche che leggiamo. L’ospite inquietante[note]Sul concetto di Ospite Inquietante, cfr: https://www.youtube.com/watch?v=UQcvpevBVfI (si ringrazia lei-sa-chi per la citaizone)[/note]della ricerca sociale, il Grande Disagio. L’attesa dell’evento, come ci ricorda Buzzati, permette di riempire l’esistenza con una serie di vuoti[note]Sull’importanza del Vuoto, cfr. Lao Tzu, Daodejing (Tao Te Ching)[/note], come in una nichilistica teoria di spazi che si annullano nella loro temporaneità permanente. Il nulla nella ricerca sociale si può trasformare, attraverso la meta-magia metodologica (in alcuni casi, grazie all’uso di sostanze psicotrope), in un fattore di riflessività che permetta al ricercatore di scrivere almeno un articoletto. L’attesa dell’evento è essa stessa l’evento dunque[note]Siamo costernati dal fatto di dover citare Wilde, abbiamo sperato fino all’ultimo che fosse Jim Morrison. (In realtà era di Gotthold Ephraim Lessing, ma se ve lo avessimo detto subito ve ne sareste fregati).[/note].

L’attesa assume molteplici forme. Può manifestarsi come una temporanea interruzione del lavoro di osservazione dovuta alla scomparsa dei locals, può essere quell’eterno tempo che intercorre tra la tua (frugale) pausa pranzo e il ritorno al lavoro. Può anche assumere le sembianze dei fantomatici 5 minuti di attesa per (in ordine sparso)

  • richiamare per fissare un’intervista
  • aspettare che arrivi l’intervistato
  • attendere l’autobus/il treno/l’aereo
  • aspettare che l’intervistato finisca “un secondo questo breve lavoro che devo assolutamente finire e poi ci sono subito”
  • aspettare che arrivi l’intervistato (ma dove diavolo è finito)
  • vedere se si libera il bagno
  • vedere se si palesa una persona con cui hai già parlato
  • vedere se arrivano gli sbirri (true story)

Ma non siamo troppo negativi, suvvia. Questo nulla può assumere una certa rilevanza: è il tempo in cui il ricercatore può sistemare i propri appunti, magari riscrivendoli; in cui si può approfittare per leggere l’articolo del collega uscito il mese prima o per bersi una birretta ghiacciata in piazza (true story[note]Sulle mille e più avventure che ti possono capitare mentre fai etnografia, cfr Semi, Giovanni (2010) L’osservazione partecipante. Una guida pratica Bologna: Il Mulino).[/note]). A volte oltre che utile è anche necessario. Non riposarsi con la birretta, scrivere gli appunti che affollano la tua mente e che non hai potuto trascrivere perché pareva brutto farlo di fronte alle persone[note]Cellini, Erika (2008) L’osservazione nelle scienze umane Milano: Franco Angeli[/note]. Inoltre, la pausa ti permette di ricaricare il telefono, potente gateway verso le porte della percezione (aka internet) senza il quale le attese sono ancora più infinite.

Ma la maggior parte del tempo quello spazio vuoto esiste per risucchiare la tua fiducia: in te stesso, nel tuo lavoro, nei tuoi informatori, nella congruenza della tua percezione del tempo rispetto al ticchettio esangue delle lancette. Una ridda di dubbi e perplessità ti assalgono allora, come nella notte più buia: disperato, non fai che chiederti se il tuo contatto sta arrivando, se ci sarà qualcuno con cui parlare oggi o se sarai ancora una volta costretto a attaccare bottone a uno sconosciuto, ma non sarà forse il caso di chiamarlo?, ma questo numero che ho salvato in rubrica senza nome per evitare di far capire che mi ero già dimenticato come si chiamava sarà lui o quella tizia che doveva chiamarmi tre giorni fa?, e se gli fosse successo qualcosa? e se io me ne torno a casa, che stasera c’è la nuova puntata in streaming[note]Ovviamente, quando siete sul campo lo streaming (così come una connessione ad internet stabile) VE LO SOGNATE. Se tutto va bene, avrete una pessima connessione dati mobile e tanta frustrazione. Benvenuti a bordo.[/note]? e se mi alzo e me ne vado e poi arriva e non mi trova? O, ancora peggio, se mi becca mentre sto andando e ormai ho fatto la bocca a Netflix[note]Nanni Moretti già si poneva il dubbio su cosa fare in questi casi https://www.youtube.com/watch?v=yaiH2lGIvVw[/note]?

Insomma, una specie di appuntamento al buio con ancora meno possibilità di fare sesso.

Il concetto di attesa è dunque legato a doppio filo (e non potrebbe essere altrimenti) a quello di tempo, tema tanto caro alla fisica quanto alla sociologia[note]Per una breve disamina sullo stato dell’arte della sociologia del tempo, cfr http://cspo.org/wp-content/uploads/2014/11/read_Bergmann-The-Problem-of-Time-in-Sociology.pdf[/note]. Questa temporalità sghemba è il corrispettivo temporale del non-luogo: un tempo che esiste e trascorre, ma che non è riempito di una socialità piena e consapevole, da una sana agency in grado di permettere al ricercatore di costruire programmaticamente il proprio oggetto di ricerca.

Eppure, non possiamo liberarci di questo iato. Anzi, a volte è proprio da questo tempo morto che nascono degli incontri interessanti, che si percepisce la spazialità e la temporalità di un luogo, di un ambiente. Durante questa parodia della vita, si vive la vita.

P.S. sotto, trovate un palliativo musicale. Il concetto[note] La differenza tra concetto ed asserto vi è chiara vero? Alternativamente andate subito su Marradi, Alberto (1992) Concetti e metodo per la ricerca sociale ed Giuntina[/note]di noia interpretato grazie a 10 brani musicali.




Coltelli are the new cucchiaini

Dopo pranzo, nella stanza del collettivo (vedi post precedente) vige la tradizione di prendere il caffè. Un po’ per passione e un po’ per povertà decidiamo di farcelo da soli (consiglio: nel caso portatevi una protezione per lo stomaco). Caffè che però, una volta versato nei bicchieri di plastica, non viene girato con un cucchiaino, bensì con un coltello di plastica, usato ovviamente anche per mettere lo zucchero nel bicchiere. Questo fatto porta anche alla formazione di mini asteroidi beige a causa dello scioglimento dello zucchero intorno alla goccia di caffè che cade nel contenitore.
Insomma, tutto scorreva liscio fino a quando, una semplice domanda sul legame tra cucchiaini e cose dolci come lo zucchero, ci ha fatto rendere conto del fatto che noi per quello usavamo i coltelli.
Sociologicamente parlando, per illustrare questa nostra stranezza potremmo introdurre il concetto di oggetto tecnico e quello di comunità di pratiche. Come fanno notare Madaleine Akrich e Bruno Latour, un oggetto tecnico rinvia ad un fine, ad un utilizzazione per il quale è stato progettato e la cui stessa forma è stata pensata in modo funzionale all’utilizzo di questo. Il cucchiaino, infatti, è una posata da tavola costituita da una paletta concava ovale fornita di manico usata per raccogliere e portare alla bocca cibi liquidi o non compatti. Allo stesso tempo, però, questo oggetto tecnico rinvia ad un’istanza di intermediazione all’interno di una lunga catena che associa gli umani agli oggetti. Ed ecco che gli opificianti stravolgono lo script originale secondo il quale l’utensile è stato progettato, utilizzando il coltello al posto del cucchiaino per versare e girare lo zucchero nel caffè.

Con comunità di pratiche si intende un gruppo di persone che condivide un patrimonio di conoscenze tramite un processo sociale di apprendimento reciproco. Fra i più importanti teorici di queste spiccano Marshall McLuhan ed Étienne Wenger. Una dei principali livelli di analisi è proprio quello della creazione di significati: ogni pratica dà luogo ad una produzione sociale di significato tra i componenti che corrisponde più o meno con il processo di negoziazione del significato. In altre parole: quel processo tramite il quale i partecipanti producono (anzi, co-producono) un senso comune (il mettere lo zucchero nel caffè con un coltello) che viene continuamente modificato e dal quale sono continuamente influenzati (hanno smesso di comprare cucchiaini). Il learning by doing è ciò che guida il processo, in cui la conoscenza non può essere separata dalla pratica (non si apprende teoricamente il girare il caffè con il cucchiaino, ma solo entrando in collettivo, notando la strana pratica e cominciano a fare questo giorno per giorno).

La scelta dei coltelli è nata da una casualità, ovvero l’assenza di cucchiaini ma noi abbiamo continuato anche quando vi era la possibilità di comprarne di nuovi. Qualche malintenzionato, magari influenzato da studi sull’inconscio, dirà che siamo dei violenti e che il fatto di associare la dolcezza ad un oggetto simbolo di aggressività (sul cibo in cucina e sulle persone fuori, he-ehm) non va mica tanto bene o peggio qualche filosofo potrà tentare di dire che questa abitudine non è altro che il tentativo di reprimere quel poco di buono che c’è nel mondo, dunque, noi replichiamo con tutte le teorie di cui sopra. Quelli che pensano che siamo dei cattivi ragazzi fanno bene. Tuttavia, come avete visto, anche questo può essere teorizzato.




Necro-logismi sull’Internet

Morte malinconica dell’Opificio disconnesso e altre storie

In barba a tutte le nostre previsioni sul secondo post della Fenomenologia dell’Opificio siamo di nuovo qui a coinvolgervi nella nostra vita quotidiana permeata in tutto e per tutto dal De rerum sociologia. Se avete letto lo scorso post sapete già dove trovarci. Tuttavia, da due giorni il luogo che usavamo come base operativa, mensa, divano, letto, ritrovo gioioso e frizzante è diventato una tana oscura, una caverna obnubilata dalla triste inoperosità. I nostri monitor sono accesi sulla vuotezza delle nostre anime spente. Si sente un remoto “allora mettete un po’ di musica, a questo punto!” e si risponde un ancora più flebile “…spotify”. Che sta succedendo qui? L’Opificio ha perso un importante alleato del suo lavoro. Ha perso il motore propulsore della spinta creativa e delle sue elucubrazioni ponderate sui profili facebook di gente morta (per l’ultima affermazione vale la manfrina dei riferimenti a cose e persone e bla bla bla). Siamo senza l’Internet[note]personificazione della rete web[/note]. L’internet che li faceva svegliare la mattina, prima degli altri per accaparrarsi la poltrona al tavolo della disperazione collettiva invece della sedia sulla quale ci si deve sedere con cautela per evitare rotture di ossa in più punti, un po’ per la caduta un po’ per via del ferro conficcato in qualche arto. Abbiamo perso un fidato compagno. In questa sostanziale inoperosità, il POS si stringe nelle spalle e non se la sente di abbandonare l’auletta.

C’è chi fa notare che avremmo tante cose da fare e che, da qualche parte, là fuori c’è dell’internet che può sostituirlo ma a questa affermazione si risponde solo con sguardi di fuoco accompagnati dalle parole “era fibra”. All’Università, d’altronde, i luoghi pensati per lo studio e dunque l’utilizzo di internet non sono pochi: biblioteca, aula studio e mensa sono tutti forniti di connessione. Perché non riusciamo a uscire? Volete che non facessimo una ipotesi sociologica rispetto alla nostra psicopatia? Bene. Questa riguarda sicuramente la familiarità con lo spazio. In questo caso chiamiamo uno dei Bomber della sociologia. Stiamo parlando di Pierre Bordieau che teorizza in concetto di Habitus. In altre parole, siamo talmente incardinati in questo sistema di schemi percettivi dove abbiamo acquisito una certa routinarietà con l’ambiente quindi, anche dopo il mutamento delle condizioni precedenti al dramma, rimaniamo ancorati al luogo. Per cui, gli habitus sono “definizioni diverse dell’impossibile, del possibile, del probabile e del certo – rendono certe pratiche, per alcuni, naturali o ragionevoli, per altri, impensabili o scandalose”[note]Bourdieu (1972) Esquisse d’une théorie de la pratique, 259-261[/note].




Fenomenologia dell’Opificio

Il Piccolo Opificio Sociologico è lieto di presentarvi un nuovo progetto nato con l’intento di fornire uno stralcio di vita quotidiana, con l’intento di spiegarne l’azione sociale, partendo proprio dalla routine (schemi codificati). Perché fenomenologia? arielRiprendendo la definizione di Schütz diremo che si parla di fenomenologia quando ci si rapporta al mondo sociale che a sua volta è composto di azioni dotate di senso dal punto di vista dell’attore interno, ma non da chi proviene dall’esterno. In parole povere, avete presente la storia della Sirenetta? Ariel trova una forchetta e la usa come pettine; così fino a quando il principe non glielo fa notare, per lei, si tratta dell’arricciaspiccia.

Quello fenomenologico, dunque, è un approccio che considera i fenomeni della quotidianità come non scontati, cercando di osservarli dall’esterno.

Con cadenza, del tutto irregolare (modus operandi del POS[note]Piccolo Opificio Sociologico[/note]), vi illustreremo alcune delle dinamiche del nostro gruppo di lavoro, mostrandone le abitudini e i sistemi di attività che costituiscono un mondo organizzato all’interno del quale si muove l’agire quotidiano. 

Stanza oKKupata

Okay, abbiamo inteso che il POS esiste e fa cose, va nei posti, scrive della roba e non ha vita sociale all’infuori di sé. La stanza in questione, il luogo di incontro e di riunione per eccellenza si trova a Novoli. Per trovarla, vi basterà seguire le indicazioni che solitamente portano ai bagni, sempre in fondo a destra. C’è solo un piccolo dettaglio: il luogo di cui stiamo parlando è stato palesemente occupato da noi a discapito di chi già c’era. Sulla porta troverete scritto “Collettivo RossoMalPolo” ma dentro ci saranno Opificianti che si struggono cercando di dare un senso alle loro vite di sociologi.

Tutto questo per introdurre il concetto di sistema situato di attività. Il RossoMalPolo, già collettivo di studenti e dunque costituito da un gruppo coeso con pratiche e routine strutturate al suo interno è stato letteralmente invaso da un nuovo gruppo, portatore di proprie abitudini e regole che ne ha destrutturato la forma iniziale. Un esempio carino e divertente? Gli Inglesi in India. Noi, ovviamente, siamo i primi.




Gli 8 punti dell’etnografo improvvisato

Imparare il mestiere. Metodi e tecniche per la sopravvivenza sul campo.
Nel processo di ricerca, la parte sul campo è sicuramente quella più emozionante ma anche quella meno trattata. In particolare, quasi nessuno tira fuori dalla black box quei trucchi, quei piccoli accorgimenti, i grandi e piccoli scorni, i regali della serendipity e le sfighe che fanno l’artigianalità dell’esperienza di ricerca e che la rendono un evento unico ed irripetibile. Proponiamo una serie di trucchi per sopravvivere alla ricerca sul campo e portare a casa il risultato. Buon divertimento.

Qualcuno in passato ha detto che il lavoro del sociologo è talmente permeante da impedirti di staccare mai veramente. Ritengo che questo sia ancora più vero per quelli che decidono di intraprendere l’oscuro percorso dell’etnografia. Ad alcuni di voi potrà capitare di essere, per qualche motivo, in vacanza. Quale migliore occasione che divertirsi a giocare al piccolo etnografo improvvisato?

Riteniamo utile stillare 8 semplici regole per chiunque abbia voglia di utilizzare il poco tempo libero in maniera fruttuosa ed utile.

1. I ferri del mestiere

Le parole sono importanti (come ci ricorda Nanni Moretti) ma alle volte non bastano. Servono necessariamente i ferri del mestiere per cavarsela in ogni situazione. Il Kit base del piccolo etnografo comprende (ma non si limita a):

  • Taccuino. Oggetto-feticcio e status symbol, serve a prendere le note di campo e a darsi quell’aria di vissuto che aiuta tanto.
  • Macchina fotografica. In subordine va bene anche la fotocamera del cellulare, ma lo strumento dedicato è sempre da preferire poiché permette una maggior concentrazione e permette di salvare la preziosa batteria
  • Soldi. Ahimè, il tasto dolente per eccellenza. Senza soldi non ci si sposta, non si paga un affitto, non si prende da bere o da mangiare, non si comprano giornali o oggetti utili a fare conversazione con i commercianti del luogo.

2. Safety first

Partendo dal presupposto che nessuno di voi sta attualmente andando in vacanza in zone di guerra/zone contaminate/zone soggette ad apertura di cancelli demoniaci, vi ricordiamo sempre che “La principale preoccupazione di uno scienziato sociale è la sua salute fisica.”. Quindi, quando fate le interviste fatele in sicurezza, non inoltratevi nei boschi alla ricerca di diosolosachecosa e evitate di andare ad osservare dal vivo le persone che si prendono a coltellate in mezzo alla piazza.

3. Il visibile dell’invisibile

La cosa bella dell’etnografia è rendere visibile ciò che è già visibile. Concentratevi sulle dinamiche quotidiane delle comunità presso cui siete ospiti. Andate a vedere come cucinano, cosa si fa la mattina, come passano il proprio tempo libero. Lasciate i rituali e le feste patronali agli antropologi e a tutte quelle altre persone prive di immaginazione (sociologica). Ci interessa svelare il quotidiano, non fare un reportage per Vice.

5. Confrontatevi

Un passaggio importante è il confronto con l’ambiente che vi circonda. Il confronto con cose che non fanno parte del vostro orizzonte cognitivo (lingua, cultura, tradizioni culinarie etc) può facilmente essere scambiato, da un occhio inesperto, per una banale voglia di “confrontarsi su nuove esperienze”.

Sbagliato. L’etnografo improvvisato fa tutto ciò per due motivi distinti: mettersi alla prova ed assimilare più informazioni possibili dall’ambiente che lo circonda. Non sai mai quando ti potrà essere utile sapere quando si mangia uno specifico dolce o quali sono i santuari della zona.

6. Preparatevi una storia

Fare domande a giro sul funzionamento di una comunità potrebbe essere visto di cattivo occhio. Con i tempi che corrono, potrebbe non essere decisamente una buona idea. Potreste essere scambiati, nell’ordine:

  • Per dei ficcanaso (ma nei fatti lo siete no?)
  • Per dei giornalisti (orrore!)
  • Per dei terroristi (in questo caso, nel kit di cui sopra ricordatevi di inserire il numero di telefono del vostro avvocato)
  • Per dei poliziotti (con possibili ripercussioni, anche gravi)

Come si evita tutto questo? Banalmente, non si può. Si può solamente evitare di essere troppo insistenti, di fare domande troppo mirate a singole persone, di assumere atteggiamenti sospetti (tipo prendere appunti mentre il tizio vi parla). Un buon modo per oliare la discussione con i più reticenti per i motivi sopra riportati consiste nell’avere una storia a disposizione. Una spiegazione apparentemente logica per cui state facendo domande che escono un po’ dal seminato che ci si aspetta dal turista medio. Volete saperne di più della setta religiosa che si accampa tutte le notti di Agosto nel bosco? Dite che ne avete sentito parlare al bar mentre facevate colazione. Avete la necessità di saperne di più di quella strana casa sulla collina (cit.)? Siete per l’appunto alla ricerca di una casa per le vacanze e quella sembra la sistemazione ideale per i vostri bambini.

 7. Segnatevi tutto

Basandosi sull’antico adagio “non sai mai cosa ti può servire”, nelle vostre passeggiate etnografiche cercate di non tralasciare niente. Segnatevi orari, posizioni, impressioni, odori e musiche. Oltre a dare un tocco più personale al vostro scritto, l’utilizzo di riferimenti non solamente visivi vi aiuterà a collegare i fatti nella vostra memoria (avete presente la recherche no? Stessa cosa, solo con l’odore d’erba al posto della madeleine, splendida metafora dei tempi che cambiano). Oltre a ciò, quando successivamente andrete a rileggere i vostri appunti di campo (vedi punto successivo) potreste scoprire cose che avevate inconsciamente collegato.

8. Lasciate mantecare

Gli appunti di campo sono come un risotto: vanno mantecati con una buona dose di tempo. L’uso degli appunti non ha una struttura particolarmente lineare: potreste prenderli oggi, sistemarli domani e riusarli tra 6 mesi, quando state per uscire dal campo. Non lasciate che la fretta vi abbagli. Rileggere quello che avete scritto all’inizio (sfruttando quell’ingenuità che si ha all’inizio) può esservi molto utile per allontanare il focus e cercare di avere una visione maggiormente d’insieme.


P.s
Questo breve vademecum dell’etnografo improvvisato ammanca di bibliografia, citazioni, riferimenti e quant’altro. Questo non tanto per pigrizia (non è vero, principalmente per quello) ma perché l’idea è dare un breve sunto portatile dei principali punti da tenere presente quando ci si imbarca in maniera del tutto incosciente nel fiume etnografico. Non mi se ne voglia, un giorno faremo un pratico pamphlet completo con tutti i riferimenti. Fino ad allora, dovrete accontentarvi di queste brevi guide.




Uno spettro si aggira per Meereen (parte II)

Narrazioni
Cosa sarebbe successo se nell’universo di Game of Throne ci fossero stati dei sociologi? E se l’Accademia Jedi prevedesse un esame di Antropologia? Come sarebbe andata la storia se i Cyloni avessero avuto tra le loro fila degli etnografi? Troveremo (forse) risposta a queste ed altre domande nella rubrica delle Narrazioni. Esploriamo i mondi creati dalle immaginazioni degli autori alla ricerca della scintilla sociologica.

Vedi la prima parte del post.

Pensiamo che esista un filo rosso che connette il cambiamento di paradigma nella città di Mereen, le lotte per il Trono di Spade, i meccanismi generali di legittimazione del potere e le modalità attraverso le quali possono darsi processi di mutamento culturale a partire da cambiamenti socio-economici. In particolare, rispetto a questo ultimo punto, qui si inserisce l’ipotesi centrale della nostra dissertazione, ovverosia che la scelta di liberare gli schiavi e il passaggio a un sistema in cui il lavoro è remunerato siano frutto di un preciso disegno volto al sovvertimento del paradigma dominante, non solo a Meereen, ma anche in Westeros. Il Folletto e la MadrePossiamo considerare questa volontà di rinnovamento come una precisa strategia militare adottata dal Folletto, che si incentra su strumenti economici e culturali da utilizzare per scardinare le certezze più profonde del nemico?

La trasformazione degli schiavi in lavoratori implicherà lo svilupparsi, in un quadro di medio-lungo periodo, di un ampio bacino di manodopera. Il costo di questa tenderà ad essere bassissimo in virtù dell’eccedenza rispetto alla capacità di assorbimento del tessuto produttivo locale. Questo potrà a sua volta riflettersi in un duplice processo di espansione verso Westeros. Sulla base delle conoscenze che abbiamo e dei dati raccolti, pensiamo di poter ipotizzare due scenari per il futuro, con la certezza che i destini di Westeros e Essos non sono mai stati così saldamente interconnessi dai tempi della venuta degli Andali.

E’ forse peregrina la possibilità che si scelga di esportare un nuovo modello produttivo all’ovest? Possiamo immaginare una prima ondata di beni meereeniani che “invade” il mercato occidentale, seguita da una fase di localizzazione della produzione in quelle terre. A quel punto, il vecchio sistema feudale, incentrato sui signori locali, non sarà più in grado di mantenersi al passo con le necessità della produzione e con il potente processo di costruzione simbolica della libertà orientale. Questa insostenibilità del vecchio sistema padronale non può che portare a una impennata nella conflittualità sociale nei sette regni, con effetti destabilizzanti e conseguente distruzione di ricchezza. Quale momento migliore per un intervento armato con l’appoggio della Banca di Ferro?

D’altro canto, il modello produttivo di Meereen potrebbe dimostrarsi talmente efficace nell’attrarre nuovi investimenti e nuove conoscenze da risultare un potente centro di attrazione ed espansione del potere (oramai consolidato) della Madre dei Draghi. In questo caso, avremmo in Meereen una sorta di vortice in grado di fagocitare le economie occidentali, con un conseguente afflusso da quei paesi di persone in cerca di ricchezza e libertà[note](ricordiamo che la servitù non è altro che una forma di schiavismo mascherata, in cui nei fatti il signore locale ha il pieno controllo sulla vita dei più umili fra i sottoposti)[/note]. Il processo potrebbe arrivare ad alimentare un percorso di drenaggio di ricchezze e conoscenze tale da risultare invertibile solamente nel giro di svariati anni. Ciò lascerebbe Westeros priva della manodopera e delle menti necessarie a sviluppare un’economia in grado di competere con il continente orientale. A tutto questo si sommerebbero le richieste sempre più pressanti della Banca di Ferro, sicuramente più interessata ad intercettare il flusso di ricchezza che si andrà generando in oriente. Ancora una volta, la capacità di manovrare la capacità di investimento (e soprattutto quella di esigere i crediti arretrati) sarà cruciale.

Quale che sia lo scenario, le nostre previsioni convergono nel supporre che la guerra, per l’occidente, sia già persa. E questo, non tanto a causa delle lance degli Immacolati, delle navi degli uomini di ferro o del soffio incendiario dei draghi, quanto piuttosto per l’arma più potente a disposizione della regina Daenerys: il progresso.

steampunk dragon


“Mhrruhm. Sono proprio dei marmocchietti”. La notte sta volgendo al termine su Città Vecchia, e l’Arcimaestro Marx si alza per attizzare nuovamente il fuoco. Si siede nuovamente e inizia a tormentarsi la barba, mentre riflette. Quello che ha fra le mani è uno scritto strano, pieno di immaginazione. Immaginazione, ma non vagheggiamenti da bardo. Non possono aver saputo, averlo sbirciato? “Mhrruhm, no, no. Che idea bislacca. Anche se avessero letto le nostre missive, non avrebbero certo potuto decifrare il codice del Folletto”. Mentre osserva le braci che riprendono colore, riflette sulla coincidenza di questi tre aspiranti maestri in grado di percepire un complotto passato inosservato alle migliori spie del regno. “Non posso rischiare che altri lo vengano a sapere”. Si alza, sbuffando, e abbandona la pergamena alle fiamme del camino. “Non posso nemmeno rischiare che continuino a propagandare queste favole” pensa, e mentre si dirige verso la sala comune per consumare la sua colazione pensa che potrebbe passare dal fabbro più tardi a far preparare 3 anelli.

Fuori un nuovo giorno sta sorgendo.




Uno spettro si aggira per Meereen (parte I)

Narrazioni
Cosa sarebbe successo se nell’universo di Game of Throne ci fossero stati dei sociologi? E se l’Accademia Jedi prevedesse un esame di Antropologia? Come sarebbe andata la storia se i Cyloni avessero avuto tra le loro fila degli etnografi? Troveremo (forse) risposta a queste ed altre domande nella rubrica delle Narrazioni. Esploriamo i mondi creati dalle immaginazioni degli autori alla ricerca della scintilla sociologica.

L’Arcimaestro Marx si siede sul suo scranno di legno. Ha in mano la pergamena appena consegnata dal corvo, che ora gracchia impaziente. “Vattene stupida bestiaccia”, borbotta sotto la folta barba ingrigita da anni di studio e riflessione, mentre gli lancia qualche chicco di grano. Scioglie il sigillo, e legge l’intestazione della missiva.

<<Preparato per la dissertazione in sociologia politica ed economica, anno 301 AC, Vecchia Città.>>

“Mhrruhm, finalmente i tre marmocchi si sono decisi a provare ad ottenere il loro anello, mh?”. Sono ormai diversi mesi che tre degli allievi maestri si sono proposti di ottenere quello che chiamano “l’anello noioso”, quello di zinco. Era da tanto che nessuno ci provava, pensa l’Arcimaestro, e questi marmocchietti hanno pure deciso di sfidare qualche regola scrivendo la loro dissertazione tutti insieme invece che uno per uno. “Mhrruhm, mhrruhm”, bofonchia il Sapiente, mentre si accinge alla lettura.


Preparato per la dissertazione in sociologia politica ed economica, anno 301 AC, Vecchia Città.

Riteniamo che sia in atto uno processo strutturale di mutamento delle condizioni economiche e, di conseguenza, sociali di produzione nella città di Meereen. In questa dissertazione mostreremo come si stia passando da un sistema produttivo incentrato su un paradigma schiavistico, a modello di utilizzo delle risorse umane completamente differente, verso un sistema che definiremo qua “capitalista”.

Tratteremo specificamente della città-stato di Meereen, ma il discorso non potrà prescindere dal più ampio contesto geografico in cui questa si situa, quella che a tutt’oggi continua a chiamarsi ‘Baia degli Schiavisti’. Meereen, come le altre città della Baia (Yunkai ed Astapor), si è retta per lungo tempo grazie a un sistema produttivo incentrato sullo sfruttamento della schiavitù come mezzo in grado di permettere la sussistenza delle maggiori e più influenti famiglie, in un sistema rigidamente verticale ed aristocratico.

In molte parti del mondo è considerato naturale per un essere umano possederne un altro. Le forme di schiavismo si manifestano attraverso molteplici forme, dalla catena al collo fino ai thrall delle Isole di Ferro.  Tanto che alcuni considerano anche la servitù tipica del continente Occidentale come un naturale prolungamento della schiavitù. Il dominio sullo schiavo può arrivare ad essere totalmente pervasivo e sedimentato, tale che lo schiavo stesso non percepisca neanche la possibilità di condurrre una vita differente (e questo è vero in particolare nel caso dei nati-schiavi).Dal punto di vista del padrone, questo sistema produttivo presenta alcuni innegabili vantaggi:

la vita dello schiavo è completamente ridotta all’uso che il padrone vuole farne, determinando così la persistenza di una manodopera virtualmente infinita; la mancanza di qualsivoglia diritto permette di modificare il corpo stesso dello schiavo piegandolo alle esigenze lavorative(servitori ciechi, muti, eunuchi); il costo dello schiavo è esattamente pari al costo delle materie sufficienti a mantenerlo; la riproduzione stessa degli schiavi può essere regolata e assoggettata alle necessità del suo padrone. Esiste anche un beneficio simbolico della schiavitù: attraverso questa si rafforzano e confermano quotidianamente i confini fra classi privilegiate e non.

Dal punto di vista degli occidentali, questo sistema viene ferocemente criticato sul piano etico. Questo atteggiamento è quello che viene ben esemplificato da Daenerys Targaryen nella sua sfida al sistema schiavistico orientale. Quello che ci preme però mostrare qua è il ben differente atteggiamento sostenuto da Tyrion Lannister, il quale propone un superamento dello schiavismo sulla base di presupposti economici e politici. Quando Tyrion propone un cambiamento nel sistema organizzativo di Meereen, suggerendo la sostituzione della schiavitù con una forma di lavoro retrbuito, non sta agendo mosso da un afflato liberatorio o da un pio desiderio, sta conducendo una battaglia politica ed economica che ha il duplice obiettivo di costruire una differente realtà produttiva e quello di iniziare la decostruzione delle pratiche sociali della vecchia nobiltà, privandola dei suoi punti di riferimento.

Egli agisce come se fosse lo Straniero[note]In questo senso, egli è sia lo Straniero dei 7 Dei sia un soggetto venuto da lontano, in grado forse di capire meglio la nostra vita[/note], viandante in terre sconosciute, sconosciuto agli abitanti della città di Meereen. Da un lato il punto di vista di Tyrion è quello di un bambino che deve apprendere tutto: lingua, usi, costumi, bilanciamenti fra poteri presenti nella città-stato. Allo stesso tempo non è un bambino su cui incidere conoscenza e nozioni, ha già un portato westerosiano completo che gli ha permesso di percepire immediatamente le incongruenze rispetto al suo mondo. Egli è quindi “portatore di mutamento sociale, di una trasformazione degli assetti culturali e societari. […] L’arrivo dello straniero nello spazio sociale assume non soltanto il ruolo della introduzione di caratteristiche di diversità, imprevedibilità, mutamento culturale, ma attiva anche processi di interazione con la comunità ospitate che mettono in discussione i precedenti assetti societari: entrambe queste funzioni contribuiscono a innescare processi di mutamento sociale irreversibili.” (Park, 280 AC)

Il processo di cambiamento è iniziato a partire dalla sfera militare, come spesso accade. Le schiere degli Immacolati, da sempre prodotti ad Astapor come schiavi-guerrieri sono state trasformate dagli interventi di Daenerys e, in seguito, Tyrion. L’acquisizione degli Immacolati, la loro successiva liberazione e la costruzione con questi del patto di fiducia che ha portato alla distruzione dei Grandi Padroni astaporiani, possono essere visti come prodromi di un successivo momento di costruzione della legittimità del nascente potere politico della Madre dei Draghi. Una volta compiuta la conquista militare della città di Meereen, Daenerys si è trovata alle prese con la necessità di consolidare il proprio dominio. Si è così aperta una fase di stanzialità, con un conseguente tentativo di stabilizzare le strutture governative ed amministrative, in modo che fossero fedeli alla nuova parte dominate. La sua principale preoccupazione è il rafforzamento del potere mediante il riconoscimento della sua legittimità, piuttosto che attraverso un utilizzo massivo della forza repressiva.

Per questo scopo vengono utilizzati gli Immacolati, che passano da forza militare di occupazione ad organismo per il mantenimento dell’ordine pubblico. Un passaggio che de facto avviene solo in termini simbolici, poiché non vi sono cambiamenti nelle strategie di azione o nell’utilizzo della forza. Nel loro agire quotidiano, le squadre di Immacolati fanno un ampio utilizzo di un sapere di guardie[note]Intendiamo qui proporre il concetto di “sapere di guardie” per fare riferimento a quell’insieme di conoscenze e modi di fare che vengono via via acquisiti e trasmessi a tutte le persone che entrano a far parte di una congrega volta alla protezione degli innocenti. In questo senso, troviamo come esempio i rituali e le routine quotidiane dei Guardiani della Notte[/note] che deriva quasi totalmente dal loro trascorso militare, ivi compresa la divisione netta tra “amici” e “nemici”. Pur nella sua ricerca di legittimità, Daenerys riconosce la presenza dei “nemici” e utilizza ogni metodo per eliminarli. In alcuni casi, tali metodi prevedono l’applicazione di metodi repressivi estremamente cruenti, come la crocifissione di alcuni Padroni. L’esercizio del potere è allora non massivo (come accaduto ad esempio ad Approdo del Re dopo l’insediamento di Tywin Lannister), ma sistematico, organizzato.

In questo quadro, è interessante fare riferimento ad alcune testimonianze raccolte dagli autori. La presenza di un confronto quotidiano fra Immacolati ed altri ex-schiavi costituisce la pietra miliare della legittimazione del nuovo potere. Attraverso un processo di “specchiamento”, l’ex schiavo può vedersi e riconoscersi nelle uniformi di quelli che, un tempo schiavi per eccellenza, hanno deciso di rimanere al servizio del nuovo Potere. Ad esempio D., un tempo schiavo-scriba: “Quando vedo gli Immacolati per strada, mi sento sicuro… Cioè, prima non sapevi mai se una guardia poteva darti fastidio, anche solo trattarti come inferiore, come un cane… ora, è come se non fossimo così diversi”. Oppure S., giovinetto delle Case dell’Amore, secondo il quale “questi qui… sono diversi! Cioè, sempre sbirri sono, però, mmmh, se un cliente non paga o diventa violento adesso possono intervenire, no? Anche se lui è un ricco e io sono io”. In questo modo si costruisce, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, sguardo dopo sguardo, un nuovo riconoscimento fra gli antichi schiavi e i loro nuovi governanti, in un rinnovato patto sociale.

Questo periodo di transizione verso un nuovo ordine ha rischiato di crollare nel momento in cui la carismatica leader Daenerys è scomparsa in sella al suo drago. Il momentaneo vuoto di potere ha però favorito l’ascesa nella politica cittadina di Tyrion Lannister, già consigliere di Daenerys. Questi ha continuato a muoversi lungo il solco tracciato dalla Regina dei Draghi, promuovendo la duplice costruzione di una classe salariata e promuovendo la creazione di una micro-imprenditoria individuale. Occorre specificare a questo punto come, anche se parte dello stesso “movimento della Storia”, le motivazioni dei due siano completamente differenti. Mentre in Daenerys la schiavitù viene vista come un male, come una possibilità eticamente inammissibile, per Tyrion è semplicemente un investimento non sufficientemente fruttuoso. Il salariato non è solamente un elemento fungibile che produce ricchezza per il proprio padrone: è un consumatore, un soggetto in grado di acquistare beni che lui stesso ha prodotto, pagandoli più di quanto non gli sarebbe costato farseli. Quelli che una volta erano schiavi sono dunque oggi uomini liberi. Liberi anche da quel tipo di legame feudale presente nell’ovest, che non è altro che un proseguimento della schiavitù sotto altro termine. Questo porterà a due effetti intrecciati: da un lato, quelli che una volta erano padroni, pur rimanendo i principali proprietari di terre, campi, botteghe, navi od ogni altra proprietà atta alla produzione, saranno costretti a remunerare il lavoro dei propri operai; dall’altro questi, in virtù del proprio salario saranno in grado di migliorare le proprie condizioni di vita, assorbendo una quota vieppiù crescente della produzione. Fra parentesi, ci pare il caso di notare come la Banca di Ferro di Bravoos potrebbe vedere di buon occhio la possibilità di espandere il proprio credito a piccole esperienze meereniane, in particolare in virtù di una aspettativa di maggior solvibilità rispetto al credito offerto alle Corone o ai loro pretendenti.