Coltelli are the new cucchiaini

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Dopo pranzo, nella stanza del collettivo (vedi post precedente) vige la tradizione di prendere il caffè. Un po’ per passione e un po’ per povertà decidiamo di farcelo da soli (consiglio: nel caso portatevi una protezione per lo stomaco). Caffè che però, una volta versato nei bicchieri di plastica, non viene girato con un cucchiaino, bensì con un coltello di plastica, usato ovviamente anche per mettere lo zucchero nel bicchiere. Questo fatto porta anche alla formazione di mini asteroidi beige a causa dello scioglimento dello zucchero intorno alla goccia di caffè che cade nel contenitore.
Insomma, tutto scorreva liscio fino a quando, una semplice domanda sul legame tra cucchiaini e cose dolci come lo zucchero, ci ha fatto rendere conto del fatto che noi per quello usavamo i coltelli.
Sociologicamente parlando, per illustrare questa nostra stranezza potremmo introdurre il concetto di oggetto tecnico e quello di comunità di pratiche. Come fanno notare Madaleine Akrich e Bruno Latour, un oggetto tecnico rinvia ad un fine, ad un utilizzazione per il quale è stato progettato e la cui stessa forma è stata pensata in modo funzionale all’utilizzo di questo. Il cucchiaino, infatti, è una posata da tavola costituita da una paletta concava ovale fornita di manico usata per raccogliere e portare alla bocca cibi liquidi o non compatti. Allo stesso tempo, però, questo oggetto tecnico rinvia ad un’istanza di intermediazione all’interno di una lunga catena che associa gli umani agli oggetti. Ed ecco che gli opificianti stravolgono lo script originale secondo il quale l’utensile è stato progettato, utilizzando il coltello al posto del cucchiaino per versare e girare lo zucchero nel caffè.

Con comunità di pratiche si intende un gruppo di persone che condivide un patrimonio di conoscenze tramite un processo sociale di apprendimento reciproco. Fra i più importanti teorici di queste spiccano Marshall McLuhan ed Étienne Wenger. Una dei principali livelli di analisi è proprio quello della creazione di significati: ogni pratica dà luogo ad una produzione sociale di significato tra i componenti che corrisponde più o meno con il processo di negoziazione del significato. In altre parole: quel processo tramite il quale i partecipanti producono (anzi, co-producono) un senso comune (il mettere lo zucchero nel caffè con un coltello) che viene continuamente modificato e dal quale sono continuamente influenzati (hanno smesso di comprare cucchiaini). Il learning by doing è ciò che guida il processo, in cui la conoscenza non può essere separata dalla pratica (non si apprende teoricamente il girare il caffè con il cucchiaino, ma solo entrando in collettivo, notando la strana pratica e cominciano a fare questo giorno per giorno).

La scelta dei coltelli è nata da una casualità, ovvero l’assenza di cucchiaini ma noi abbiamo continuato anche quando vi era la possibilità di comprarne di nuovi. Qualche malintenzionato, magari influenzato da studi sull’inconscio, dirà che siamo dei violenti e che il fatto di associare la dolcezza ad un oggetto simbolo di aggressività (sul cibo in cucina e sulle persone fuori, he-ehm) non va mica tanto bene o peggio qualche filosofo potrà tentare di dire che questa abitudine non è altro che il tentativo di reprimere quel poco di buono che c’è nel mondo, dunque, noi replichiamo con tutte le teorie di cui sopra. Quelli che pensano che siamo dei cattivi ragazzi fanno bene. Tuttavia, come avete visto, anche questo può essere teorizzato.

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