From here I lulz

In Analisi di Alessio Di MarcoLeave a Comment

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lulz (Oxford Dictionaries)
Pronunciation: /lʌlz/

informal
Fun, laughter, or amusement, especially that derived at another’s expense:
‘the splinter group embarked on a spree of daring cyberattacks for the lulz
‘it’s clear that he posted this thread just to troll you and get a lot of luls
(as exclamation) ‘Did you send the guy to the ER? Lulz

troll (Oxford Dictionaries)
Pronunciation: /trōl/

noun
A person who makes a deliberately offensive or provocative online post.
A deliberately offensive or provocative online posting.
verb
Make a deliberately offensive or provocative online post with the aim of upsetting someone or eliciting an angry response from them

‘breaching experiments’ (Harold Garfinkel1Garfinkel, Harold (1967)  Studies in Ethnomethodology, pp. 37-38, PRENTICE-HALL: Englewood Cliffs)
it is my preference to start with familiar scenes and ask what can be done to make trouble. The operations that one would have to perform in order to multiply the senseless features of perceived environments; to produce and sustain bewilderment, consternation, and confusion; to produce the socially structured affects of anxiety, shame, guilt, and indignation; and to produce disorganized interaction should tell us something about how the structures of everyday activities are ordinarily and routinely produced and maintained.

Recentemente ad alcuni membri dell’Opificio è presa bene con l’hacking e la darknet.
Recentemente alcuni membri dell’Opificio si sono interessati ai fenomeni hacking e deepweb.

Nel seguire questa attrazione ho trovato parecchi documentari fatti bene. Uno di questi basa la narrazione sulla storia di ‘weev’, Anonymous e LulzSec.

‘weev’ mostra la sua imparzialità.

weev‘ definisce se stesso come un troll. Dice che quello dei troll è uno stile retorico che espone le imperfezioni delle personalità altrui provocando negli altri una reazione, eccessiva, che mette in mostra la vera natura del loro carattere. Provocare qualcuno per costringerlo a svelarsi. Annovera nella lista dei troll Giordano Bruno, Zenone di Elea, Gesù Cristo, Joseph Smith e Brigham Young.
Fare il troll è il tentativo di smuovere le acque e mettere in questione il senso e la veridicità di quello che si sta dicendo. Far sbottare per rendere evidente quanto convenzionali e vuoti siano in realtà i discorsi che si usano. Socrate sarebbe stato il Re dei troll.
In parte esagerato, probabilmente.
Dall’altra parte ci sono ricerche che collegano i troll con atteggiamenti sadici e narcisistici. Individui antisociali che grazie ad internet, al suo anonimato, possono mostrare che persone orribili siano.
In parte esagerate, probabilmente.
Da parte mia ho sempre connesso i troll agli ‘esperimenti di rottura’ etnometodologici:

Nel rendere conto della persistenza e della continuità delle caratteristiche delle azioni concertate, i sociologi comunemente selezionano un insieme di caratteristiche stabili di un’organizzazione di attività e cercano le variabili che contribuiscono alla loro stabilità. Ci sarebbe una procedura più conveniente: iniziare con un sistema che possiede caratteristiche stabili e chiedersi cosa si può fare per creare instabilità.2Garfinkel, Harold (1963) A Conception of, and Experiments with, “trust” as a Condition of Stable Concerned Actions, pp. 187-238 in O.J. Harvey (a cura di) Motivation and social interaction, New York: Ronald press. Trad. it La fiducia. Una risorsa per coordinare l’interazione, Roma: Armando editore (2004).

L’idea è quella di portare “problemi” all’interno di una situazione e forzarla, fino a romperla, appunto. Una volta rotta i tentativi di ricondurre sui binari consuetudinari la situazione dovrebbero aiutare a svelare lo schema che la “regola”.
Per riuscirci, l’etnometodologo che si impegna in questi esperimenti deve provocare una reazione eccessiva, deve indurre (come auspicato da Garfinkel) ansia, indignazione, rabbia.
Sintetizzando, deve fare il troll: deve rompere la situazione per vedere l’effetto che fa; deve spingere gli altri ad andare fuori dallo schema che utilizzavano per mostrarne la “vera” natura routinaria.
Ovviamente Garfinkel, il Creatore, non riteneva questi esperimenti una tecnica di ricerca valida di per se. Utilizzava questa roba per aiutare i suoi studenti a sviluppare un certo tipo di immaginazione.
Resta il fatto che i ‘breaching experiments’ sono ancora oggi uno degli strumenti più facili per far capire come funzioni l’etnometodologia, che vuole vedere quanto e come la vita quotidiana sia costruita su tutta una serie di contenuti dati per scontati. E un troll che lavora bene riesce realmente a evidenziare quanto il tessuto di certe credenze sia in realtà precostruito e dato a priori.
Poi c’è LulzSec, che porta il troll su un piano macroscopicamente diverso:

This is the lulz lizard era, where we do things just because we find it entertaining”.

“For the lulz.”

Non erano Anonymous. Non erano un gruppo di gente impegnata ideologicamente per la difesa della libertà. Nel loro primo periodo, eseguivano hack, alla Fox, la Sony, la Cia o a migliaia di account di semplici utenti solo per il gusto di farlo. Perché erano “The world’s leaders in high-quality entertainment at your expense“.
Sì, è vero, alla fine probabilmente hanno anche sensibilizzato qualcuno sulla necessità di non utilizzare password stupide e costantemente identiche. Ma è stato un effetto collaterale.
Però, attaccando indifferentemente enti governativi, polizia, aziende di intrattenimento e utenti comuni e non dimostrando alcun ‘alto’ ideale gli attacchi di LulzSec sono stati doppiamente di ‘rottura’. Anche se in questo caso ci avviciniamo di più a quella che Goffman 3Goffman, Erving (1974) Frame analysis: an essay on the organization of experience. Cambridge, Mass: Harvard University Press chiamava ‘rottura del frame’. Hanno sparigliato (forse involontariamente) le carte, mostrando quanto, anche nel discorso sugli hacker, fossero tutti ancorati agli stessi, comuni presupposti: l’hacktivism è solo buono, solo per difendersi dallo strapotere dei soliti forti.
La Lulz Boat, fino all’inizio del suo infausto epilogo, è stato forse il più maestoso ‘breaching experiment’ che internet abbia visto.
In conclusione, questo breve articolo è stato scritto per dirvi soltanto una cosa:

Ethnomethodology is (also) for the lulz. And lulz matters.

[Disclaimer: questo pezzo è (parzialmente) scorretto sia dal punto di vista formale sia da quello teorico. È solo un pretesto per spiegare in modo semplice e semiserio un pezzettino di sociologia. E se proprio vi da fastidio, vi rimando al titolo del post.]

Note   [ + ]

1. Garfinkel, Harold (1967)  Studies in Ethnomethodology, pp. 37-38, PRENTICE-HALL: Englewood Cliffs
2. Garfinkel, Harold (1963) A Conception of, and Experiments with, “trust” as a Condition of Stable Concerned Actions, pp. 187-238 in O.J. Harvey (a cura di) Motivation and social interaction, New York: Ronald press. Trad. it La fiducia. Una risorsa per coordinare l’interazione, Roma: Armando editore (2004).
3. Goffman, Erving (1974) Frame analysis: an essay on the organization of experience. Cambridge, Mass: Harvard University Press

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