L’università timida

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Il fatto che il Piccolo Opificio Sociologico sia un “ibrido” tra studenti e ricercatori ci consente di osservare da più prospettive ciò che avviene nelle classi e negli uffici. Dunque, alcune dinamiche di dominio di alcuni sistemi simbolici avvengono già durante il percorso dello studente dove diventa complicato non solo sviluppare il pensiero critico ma anche adoperarsi per mantenere la mente attiva sulla ricerca. Per questo motivo da qualche tempo ci stiamo impegnando a fare in modo che le informazioni vengano diffuse il più possibile in modo libero.

Non crediamo che la ricerca universitaria debba godere di uno statuto eccezionale, che le debba essere concesso di superare i confini che vengono posti alla libera espressione di un “qualsiasi” cittadino: crediamo che siano proprio questi confini che devono cadere. La ricerca sotto il fuoco incrociato delle magistrature e dei servizi segreti (fatte le debite proporzioni, ovviamente) non è poi così diversa dalla cittadinanza, sotto l’attacco delle stesse forze. Rivendicando la nostra libertà a fare ricerca sui temi che vogliamo, nelle forme metodologiche che vogliamo, stiamo anche rivendicando il nostro diritto di cittadini al dissenso, alla critica, alla protesta.

Siccome nutriamo una certa passione per il trash abbiamo deciso di ‘festeggiare’ San Valentino cercando di riflettere sulle tematiche che ci stanno più a cuore con la gentile collaborazione di qualcuno che se la sente quanto e più di noi.

Abbiamo deciso, provocatoriamente, di dare un titolo forte all’iniziativa. Parlare di “Far west” non significa circoscrivere spazialmente la problematica quanto dare un’idea di anarchia cattiva rispetto alla tutela del ricercatore e alla libertà della ricerca stessa. Potersi esprimere in quanto individui è un diritto inalienabile ancora più esplicito se l’espressione riguarda la volontà di studiare un fenomeno accantonato a tal punto da non essere degno oggetto di studio.

La discussione si è aperta con una riflessione di Vittorio Mete, docente di Sociologia della Leadership all’Università di Firenze. Vittorio, come pure gli altri ospiti, ha sottolineato quanto fosse importante essere attivi sotto il punto di vista collettivo ribadendo che il tema stesso della libertà non era e non è personale ma di tutti in quanto individui. Ad intervenire per prima è stata la Sheyla Moroni, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze. Partendo da un assunto a suo stesso dire “stoico” è stato introdotto il tema dei grandi finanziamenti e di come e quanto certi argomenti siano prescelti rispetto ad altri. Non è un caso che moltissimi progetti finanziati anche dall’Unione Europea abbiano come oggetto di studio un riciclo continuo degli stesse tematiche. Va da sé che, uno dei problemi più importanti riguardi la questione economica.

Se da una parte lo strumento che nega la libertà può essere ricondotto ad una connotazione tangibile in termini di supporto economico, dall’altra, come ha ricordato Francesca Coin, docente di  Global Social Movements all’Università di Venezia un altro strumento che può essere oggetto di controllo e limitazione è sicuramente la parola. Lo abbiamo visto con il caso di Roberta Chiroli, accusata di concorso morale perché ha svolta un’etnografia sul Movimento no Tav in Val Susa. È proprio per l’utilizzo di alcune proposizioni che Roberta ha rischiato di vedere il suo progetto sgretolarsi. Quello di Francesca non è un caso ma un esempio.

Carlotta Caciagli, dottoranda della Scuola Normale Superiore, ha sistematizzato tre modalità di repressione. Un livello macro rispetto al posizionamento politico del ricercatore che spesso diventa un limite ai fini della ricerca stessa. Un livello meso che interessa la richiesta sempre crescente di produzione di letteratura da parte dell’Accademia. Infine un livello micro rispetto alla rivendicazione della legittimità ‘politica’ di una pratica di ricerca che però viene contraddetta dalle modalità etnografiche stesse. Ecco che quindi diventa necessario un riconoscimento scientifico della stessa tecnica in contesti di ricerca “illegali”.

Che fare? A oggi, appare più che mai necessario apprendere delle esperienze altrui e renderle un bene collettivo. Condividere le nostre posizioni e raccontare le nostre impressioni oltre che a creare una rete di salvataggio in caso di pericolo ci porta anche a collaborare in vista di un futuro meno nebbioso.

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