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24 agosto 2015.

Uno dei nostri fondatori, Mario Venturella, rientra a casa e trova questa una brutta sorpresa. Apparentemente Facebook ha deciso che il nickname Lord Pando, attraverso il quale Mario era noto ai più1In effetti qui stiamo parlando di qualcosa di simile più a un nom de plume da romanziere ottocentesco che a un nickname: si narra – lui narra – che sia venuto prima il soprannome nella vita out-there, Panda, e poi quello internautico non era più adeguato. Un nome che caratterizzava tanto il nostro, da essere utilizzato da chiunque: è con quel nome che io l’ho conosciuto, quello è il nome che ho usato sempre. Io “Mario” lo chiamavo quando volevo sfotterlo, per dire. Sono anche abbastanza convinto che sua madre lo abbia chiamato Panda una volta.
Abbiamo deciso di lanciare questa petizione:

Restituite a Lord Pando il suo nome

La petizione ha come finalità quella di sottolineare due cose. Una è che siamo comunque dei burloni a cui piace farsi beffe del popolo delle petizioni, l’altra che c’è un effettivo spunto sociologico e politico dietro a quella che finora abbiamo descritto come se fosse una cazzata.

La questione è esplosa negli states, circa un anno fa. L’ordine del giorno della protesta allora venne posto principalmente da membri della comunità LGBTIQ+. In particolare alcune drag queen videro i propri account rimossi, visto che questi riportavano il nome d’arte. Non serve dilungarsi su quanto possa essersi sentita attaccata una comunità al cui interno si incontrano persone che si definiscono radicalmente diverse rispetto alla loro identità anagrafica. name facebookInoltre comunità in cui abbondano i casi di persecuzione e offesa. La protesta è comunque rimasta in un alveo piuttosto mainstream: è stata prodotta l’immancabile petizione “Allow performers to use their stage names on their Facebook accounts!” con all’attivo più di 40.000 firme. Sono state spese parole di critica per l’utilizzo che Facebook  fa dei dati personali e pian piano la cosa si è sgonfiata, salvo riacquistare vigore a ondate.

In generale, la questione si inquadra nella c.d Nymwars. In particolare ciò che è stato messo in discussione è il presupposto dal quale questa politica si è sviluppata: secondo l’azienda quello del real name era un tentativo di arginare le molestie e gli episodi di stalking all’interno del social2Gli studi sull’argomento si stanno moltiplicando, questo è il primo che ho trovato, giusto per fare un esempio delle dimensioni del problema. Possibile che non avessero realizzato come un nickname possa anche celare identità “compromesse” e offrire copertura a soggetti effettivamente vittima di molestie?

Come fa notare lo stesso Cox (Qua il link al post su Facebook) l’intento risponde esattamente a quelle logiche di controllo sociale della devianza che abbiamo ricordato finora. Anche se si volesse dare atto di una buona volontà (a cui sinceramente ci sentiamo poco di credere) rimane comunque sempre il capitale problema della definizione di cosa è deviante.
Secondo Albert K. Cohen (1966) il comportamento di un’attore  si può considerare deviante solo se in contrasto alle regole che governano le collettività alle quali l’attore appartiene. E’ quindi facile vedere che ciò che è deviante viene stabilito dai “definitori primari” delle norme di un dato gruppo sociale. Sono emerse due possibili motivazioni per l’accaduto: da una parte l’annuncio che su Facebook c’erano svariati milioni di profili fake ha fatto perdere all’azienda qualcosa come il 50% del valore azionario3Per una disamina un po’ più approfondita: vedere qua oppure  quainiziale; dall’altra gli artisti che migrano verso le pagine fan, sono costretti a pagare per i servizi “top”, generando così introiti per l’azienda. Posta la questione fenomenica, mi pare che possa essere mossa anche una argomentazione che entri più in profondità nel ruolo delle pratiche di naming e che si interroghi sul rapporto fra potere e social media. La vita online si caratterizza per una immaterialità che rimane fortemente corporea: i biscottini che seminiamo e raccogliamo nel nostro vagare internautico e nelle nostre interazioni, fanno parte di noi. Sono espressione di pensieri e azioni: interessi, aspettative, stili di consumo, abitudini, e così via. La capacità di agire il proprio spazio cognitivo si può estrinsecare nella scelta di un nickname su un social network? La scelta di un nome è collegata al vissuto, spesso a un vissuto che si è costruito al di fuori della rete, il nickname in questo senso agisce come collante fra l’identità “della strada” e l’identità “della rete”. Assegnare d’ufficio un nome4peggio: arrogarsi il diritto a regolamentare i nomi da parte di una corporationè un meccanismo che ricorda, senza false retoriche, le pratiche coloniali di irregimentazione dell’identità. Non sembra fuori luogo richiamarsi a una pratica biopolitca incentrata sulla strutturazione dell’identità semi-immateriale del web.  Sia l’atto del contare che quello dell’attribuire un nome rappresentano tentativi di imporre una visione del mondo: a fronte di combinazioni linguistiche e di modelli di raccolta e interpretazioni dei dati potenzialmente infiniti, la selezione presuppone l’esercizio di una forma di potere.

Le cartine del Sud sono costellazioni di nomi di origine europea, dal Victoria Lake a Ciudad de Mexico, nomi che sono parte di una strategia di dispossessamento5Il concetto di accumulation by dispossession coniato da Harvey (2004, scaricabile qui ) fa riferimento a una pratica un po’ differente, legata al trasferimento di ricchezza dal settore pubblico a quello privato, ma mi pare che si possa sostenere una forma di analogia fra questa pratica e quella di estrazione di ricchezza in campo coloniale applicata ai domini coloniali . Il nome dato dai nativi è un non-nome, visto che chi non è considerato pienamente umano non può creare. Attribuire nomi ci riporta quindi a un’opera creativa dell’uomo bianco che è inserita in una dinamica di espropriazione/appropriazione del mondo vitale delle popolazioni pre-esistenti.

Il nome ha un rapporto fondante con l’identità e la possibilità di appartenere a un luogo oppure a un gruppo. Per questo la costa istriana si è disseminata di doppi nomi: i nomi originari furono italianizzati nella speranza che ciò rendesse un po’ meno slave le terre occupate6Per un brillante excursus sul tema, vedasi anche solo Wu Ming 1 e Santachiara, Roberto Point Lenana, oppure Parovel, Paolo L’identità cancellata. D’altra parte, anche la cultura pop ci viene incontro, offrendoci una potente pezza d’appoggio quando

Un ultimo, non ancillare, argomento che si collega a tutto questo investe l’utilizzo dei social nell’organizzazione, diffusione e rendicontazione delle proteste globali. In che misura Facebook risulterebbe non più utilizzabile per questi fini se ogni utente fosse costretto ad utilizzare un nome manifestamente riconoscibile e collegato alla sua quotidiantà out-there? big brother Non stiamo immaginando le azioni di una psicotica psicopolizia (anche se…) in grado di attaccare utenti/attivisti attraverso l’azione sui social: per proteggersi da quello non basta un finto nome. Si tratta di una più quotidiana rischiosità legata alla possibilità di esprimere punti di vista, anche radicali, lontano da datori di lavoro, amici, altri pari (su un collegato utilizzo liberticida delle funzioni di Facebook). La possibilità di poter scegliere e definire il proprio nome è quindi una libertà necessaria, che rima con la libertà di espressione e con un più ampio diritto a scegliere i modi e le forme del proprio passaggio nel mondo. 

Per questo, Facebook, rendi a Panda quel che è di Panda.

Perché un nome, era tutto quel che davi.

Note   [ + ]

1. In effetti qui stiamo parlando di qualcosa di simile più a un nom de plume da romanziere ottocentesco che a un nickname: si narra – lui narra – che sia venuto prima il soprannome nella vita out-there, Panda, e poi quello internautico
2. Gli studi sull’argomento si stanno moltiplicando, questo è il primo che ho trovato, giusto per fare un esempio delle dimensioni del problema
3. Per una disamina un po’ più approfondita: vedere qua oppure  qua
4. peggio: arrogarsi il diritto a regolamentare i nomi da parte di una corporation
5. Il concetto di accumulation by dispossession coniato da Harvey (2004, scaricabile qui ) fa riferimento a una pratica un po’ differente, legata al trasferimento di ricchezza dal settore pubblico a quello privato, ma mi pare che si possa sostenere una forma di analogia fra questa pratica e quella di estrazione di ricchezza in campo coloniale
6. Per un brillante excursus sul tema, vedasi anche solo Wu Ming 1 e Santachiara, Roberto Point Lenana, oppure Parovel, Paolo L’identità cancellata

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