Parigi – Parte 1

In Analisi di Opificio Sociologico1 Comment

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La nottata del 13 novembre spesa attaccato alla tastiera alla disperata ricerca di informazioni, fra le varie cose, mi ha lasciato l’impressione che Twitter come lo conoscevamo, come eravamo abituati a pensarlo, sia morto. Mi ricordo giornate (il 15 ottobre di roma, ad esempio, io ero là e mi arrivavano le notizie in tempo reale dalla gente che a casa seguiva la manifestazione su twitter) in cui il suo ruolo di collettore di notizie e aggiornamenti svolgeva una funzione importante. Questa volta no, la piattaforma veniva utilizzata principalmente per dare fiato alle proprie frustrazioni islamofobe, per esprimere sostegno e solidarietà (col poco neutrale #prayforParis), per far partire l’immediato sciacalaggio. Probabilmente un effetto della sua crescente diffusione, mentre invece chi voleva seguire lo svolgersi degli eventi utilizzava l’ottima diretta su Reddit e il coraggio di chi c’era e mandava su Periscope la diretta video.Pochi giorni dopo, la notizia che l’attentato avesse utilizzato come piattaforma di discussione e condivisione il sistema di messaggistica online della PS4 (con tutti i dubbi che può ingenerare la notizia) conferma l’idea che internet (come piattaforma e come rete di interazioni) sia un crocevia importante, sottovalutato e utilizzato “male” (in maniera non efficiente, almeno).

Tommaso Frangioni (@SonoilmioDJ)

 

Io chiedo venia, a Tommaso, e a tutti gli altri, purtroppo non posso seguitare lo spunto precedente, data la mia ignoranza in campo “social”. Un mio carissimo amico, si chiedeva se ci fosse un collegamento tra il contesto di marginalità (sia sociale che spaziale) e l’appeal che ha sui giovani l’estremismo. Vorrei aggiungere anche il dettaglio che sono giovani delle seconde e terze generazioni ad esserne più attratti. Ben consci che questa catena di collegamenti esiste, vorrei il vostro aiuto per rispondere al perché.La prima riflessione, che vuole essere uno spunto, è anche vedere la questione come un problema d’ “identità”; mi spiego meglio, le giovani “seconde generazioni” possono sentire di non appartenere alla cultura che li circonda al di fuori dell’ambito familiare e allo stesso tempo di non appartenere completamente alla cultura della propria famiglia, che possono accusare di aver diluito la propria “fede” per scendere a patti con quella di arrivo. Questo può portarli a ricercare l’identità in varie visioni, tra cui quelle che vediamo “radicalizzate”, accusando le generazioni precedenti di essere state troppo morbide e aver “abbassato la testa” per integrarsi e non aver comunque ottenuto risultati, poiché anche nelle migliori occasioni sono visti come “diversi”, accettati sì, ma sempre tenuti all’esterno e non riconosciuti come “veri” cittadini benché siano nati e cresciuti nel paese. Questi giovani divisi quindi, cercano la propria identità e spesso la trovano in un “impianto” come quello dell’Isis, nell’accattivante ed efficace propaganda che li fa sentire uniti ed accettati, non più soli, sfruttando le loro insicurezze, portandoli da cittadini marginali e di “serie b”, possessori di una “non identità” (che permette di capire solo quello che “non si è”), a protagonisti di una nuova “Nazione”, che li riconosce come “eroi” fornendogli quindi qualcosa a cui appartenere.

Chiara Falchi

 

Ho seguito lo svolgersi dell’attentato quasi in diretta. Stavo lavorando (come sempre) quando mi torna in mente il fatto che in quel momento stava giocando l’Italia (si, ogni tanto seguo la nazionale, lo dimostra questo ). Apro repubblicapuntoitte (per una disamina su quel fatto sociale che è il quotidiano online si reinvia a zerocalcare) e leggo dell’attentato. La prima cosa da fare in questi casi, oltre a non farsi prendere dal panico e dal conflitto irrazionale (Coser 1967) bisogna andare alla fonte delle informazioni. Ho aperto twitter, che è passato da canale di informazione per “stare sul pezzo” a social network per quarantenni arrapati e per pedofili dallo scambio facile, e ho iniziato a cercare ulteriori info.
Twitter come fonte di informazioni ha un sacco di pregi e un sacco di difetti. Innanzitutto, la quasi totalità dei tweet erano informazioni e visioni personali, totalmente inutili in un contesto di questo tipo. Si sentiva il bisogno di fare gruppo di fronte a una minaccia (presunta) comune. Fare gruppo passava dallo scambio di reciproche opinioni, dal rilanciare ogni tipo di notizia su cui si poteva mettere le mani fino a elaborare collettivamente un lutto tutt’ora in corso.
Un’importante strumento è stato Periscope che ha permesso a molti di noi di stare sui luoghi degli attentati. Quelle immagini, non più statiche come le foto o le parole, smontavano in qualche modo l’aura di tensione aggressiva che si era creata, trasformandola in una lunghissima attesa. In quell’attesa c’eravamo tutti, da chi non capiva la lingua e cercava di immaginare a chi, volontariamente, traduceva le parole che venivano dette. Nessuno pensava seriamente che sarebbe potuto accadere qualcosa. Aspettavamo e basta, cercando qualcosa da vedere e da immaginare. Nei vari Periscope si sono formate microcomunità di intenti, legati a quei 20 minuti di trasmissione media. Una volta finito, avevamo tutti assistito alla Storia e potevamo tornare, con il cuore gonfio di orgoglio per aver “visto”, alle nostre faccende quotidiane e ai nostri tweet.

Mario Venturella (@LordPandoI)

 

 

Finalmente qualcuno ha capito che con Isis è in corso principalmente una battaglia mediatica. Rainews24 dopo gli attacchi di Parigi ha dichiarato che non diffonderà più le immagini delle atrocità varie compiute dalla “holliwood del terrore”. Hanno deciso di non fare più il loro gioco dicendo che adesso il terrore è arrivato a un nuovo livello, è entrato nel nostro quotidiano e non c’è più bisogno di mostrare esplicitamente le amenità dello stato islamico. In realtà non so con quanta consapevolezza ma hanno compiuto una saggia manovra strategica in quanto gran parte del nucleo della struttura di Isis si basa sul baraccone della propaganda sfruttando anche i media occidentali che fanno da cassa di risonanza. Per spezzare le reni allo Stato islamico bisogna proprio colpire la sua macchina mediatica, che in parte è agevolata dall’occidente stesso in quanto per avere copertura di rete sfruttano satelliti e domini occidentali. Ma questo è un altro discorso. Un’altra considerazione da fare è che l’attentato parigino ha alzato l’escalation del terrore ma ha anche portato la campagna per il reclutamento dei foreign fighters che vivono in occidente a un nuovo livello. Riprendo ciò che già diceva Marco Venturini in un articolo di agosto, ma che per taluni aspetti l’attacco di Parigi ha attualizzato e confermato.

Tutti ormai sappiamo che, come anche diceva Chiara, i giovani di seconda generazione che vivono in slums e banlieu sono in preda all’anomia e trovano nella jihad una fonte per ritrovare identità e sicurezza. I Messaggi vengono distribuiti in rete hanno adottato le stesse tecniche di marketing per prodotti occidentali destinati agli stessi target (i giovani) quali videogiochi e trailer (questa cosa si chiama adbusting), tramite i social network entrano in contatto con l’organizzazione che utilizza le stesse tecniche psicologiche di alcune sette religiose che in fase iniziale offrono affetto e coccole al nuovo arrivato (love bombing). Gli eventi di Parigi hanno aggiunto un altro elemento cioè la paura che la minaccia sia sempre più vicina, questo provoca una sorta di sindrome di Stoccolma (quel paradosso psicologico dove la vittima entra in empatia con il carnefice) per cui il giovane già simpatizzante per Isis vedrà questi ultimi come pericolosi e regredendo psicologicamente ad uno stato infantile causato dal terrore della minaccia tenderà a identificarsi con loro, a cercare di comportarsi come detto da loro. Perfino le dichiarazioni di guerra o di ritorsione da parte del governo del paese in cui vivono avranno l’effetto di allontanare il futuro jihadista ancora di più dalla società per paura che questo non faccia altro che scatenare l’ira dei suoi nuovi idoli.

Niccolò Sirleto

 

Quando ho appreso della notizia mi trovavo a Venezia ed ero in compagnia di una persona che leggeva praticamente solo sui siti francesi di quello che stava succedendo perché in vacanza a casa da un Erasmus a Parigi quindi in un primo momento ho solo preso coscienza della comparazione tra commenti a caldo di Italia contro Francia. Mi trovo concorde con l’idea generale di concentrarci sulla questione mediatica della storia. Giocare sulla paura collettiva da parte dei media italiani che hanno dimostrato ancora una volta di essere il ventre molle dell’informazione mondiale, fomentando come diceva Niccolò un atteggiamento psicotico (molto banalmente ora ogni cazzata che succede in questo senso va sulle prime pagine come la notizia del giorno). In più, essendo già passata per motivi di studio attraverso le dinamiche che relazionano Facebook all’irrazionalità e all’ignoranza, non solo potremmo tenere in considerazione l’idea che in questa fase della storia dell’umanità la massima espressione del proprio pensiero e o dell’adesione o meno a qualcosa dipenda dalla propria immagine… del profilo. Letteralmente filtrata! Non solo, la spasmodica condivisione di vecchi post o peggio robe inventate e il diritto dovere di ognuno di esprimere un punto di vista totalmente arbitrario.
La paura che diventa il motore della follia da una parte e che esaspera il conflitto dall’altra. Una specie di circolo vizioso dell’ignoranza che si autoalimenta con la illusoria volontà di manifestare consapevolezza.

Raffaella Maiullo

 

Tutta questa scarsità dei media italiani non dovrebbe suonarci nuova. Da un po’ si dice e si ripete ovunque che abbiamo una pessima classe giornalistica. In realtà alcuni hanno fatto, al solito, un ottimo lavoro. Rainews24 e SkyTg24 andavano avanti alla perfezione. Anche traducendo quello che France24 e gli altri Tg francesi mostravano, praticamente in tempo reale. Oltre ad aver mandato subito i propri giornalisti il più vicino possibile ai fatti. Su quello che è successo, in particolar modo sui quotidiani, dal giorno dopo, si può anche sorvolare. Sciacalli e iene stavano ormai saturando il campo (e la saprofagia dà visibilità).
Anche Twitter, da parte sua, sembra comunque continuare a catalizzare l’attenzione di chi cerca rapidamente informazioni. Anche se, ad oggi, è sfruttato in generale più come cassa di risonanza continua che come “sito d’informazione” (resta comunque un social network…).
Gli account Twitter di Daesh, Dabiq, tutta la propaganda – come detto tremendamente occidentale – e infine gli stessi attentati vanno forse visti proprio come una grande cassa di risonanza, che di continuo e in crescendo spara Messaggi verso gli “arabi occidentali”. Come scrivevano Chiara e Niccolò, l’anomia di questi ragazzi è una miccia che insistentemente Daesh cerca di accendere. E nelle banlieue – in modo incommensurabilmente maggiore di qualsiasi altro posto in Europa, o America – è molto più facile che prenda fuoco e resti accesa: “Bisogna pensare a quello che successe negli anni di piombo in Italia: le Brigate Rosse non sarebbero potute esistere se non fossero state avvolte da vari strati di connivenze, affinità, complicità, amicizie, appoggi esterni, giustificazioni“. Bisognerebbe forse guardare all’humus che nelle banlieue avvolge questi fatti, per capire veramente questa ondata di terrore, in occidente.

Alessio Di Marco (@dmalessio)

 

Il Caro Alessio mi offre un buon assist per iniziare a dire quello che già pensavo di voler dire, parlando di Daesh.
La differenza fra ISIS e Daesh è una differenza terminologica con un effetto ideazionale potente: parlare di fare la guerra a uno Stato Islamico (ISIS/ISIL) è evidentemente differente dal combattere un movimento armato con pretese territoriali non pienamente riconosciute (Daesh).Per questo le bombe non funzionano, non funzioneranno mai, né sono accettabili: la guerra all’ISIS/ISIL (come Stato) è, paradossalmente, imperialismo europeo nei confronti di un nemico nuovo. Ed è solo perché ISIS è, fondamentalmente, fascista (ur-fascista, secondo la definizione di Eco) che non abbiamo le manifestazioni di appoggio da parte dell’immaginario della sinistra radicale europea che ebbero – giusto per citare un caso – i guerriglieri del FLN .Si può (si deve) combattere Daesh (inteso come movimento armato globale), e lo si combatte nelle periferie e nelle aule universitarie, con le azioni di polizia e l’intelligence. Qualche giorno fa, a una riunione del movimento sociale che seguo per fare la mia tesi, venne fuori un discorso di questo tipo, che abbracciava le ragioni del terrorismo. Sono sempre stato convinto che il terrorismo “islamico” (passatemela, sono un po’ di fretta) si combatta con l’accoglienza e con una integrazione che riesce a rispettare le tradizioni e le storie degli immigrati. A quella riunione è stato presentato un passaggio in più, un passaggio dialetticamente potente: non basta accogliere, serve anche lottare e coinvolgere nella lotta per i diritti e la dignità queste comunità (ancora: comunità è un termine forse improprio, ma qui sto eccedendo caratteri).Combattere Daesh è poi così distante da combattere il neoliberismo? Forse possiamo (intellettuali, attivisti, sinistra radicale europea, ecc.) ripartire da questo.

Tommaso Frangioni (@SonoilmioDJ)

 

Seguendo quanto rilanciato da Niccolò, sono d’accordo sull’importanza di combattere la macchina mediatica, ma allo stesso tempo ritengo che sia necessario affrontare la questione anche dall’altro punto di vista, quello che è stato sottolineato in precedenza ovvero dell’ humus che nasce dalla combinazione esplosiva tra marginalità, anomia e radicalizzazione di cui anche il sociologo Farhad Khosrokhavar ieri ha evidenziato l’importanza.
Stare sulla scia di Tommaso, invece mi permette di dare sfogo alla mia personalissima vocazione di insegnante di cui mi scuso in anticipo. Passatemi la citazione dal mio vecchio manuale di pedagogia, “evitare i conflitti è opera della politica, costruire la pace è opera dell’educazione”, questo lo diceva la vecchia cara Maria Montessori, e per me rimane un punto fisso in cui credo fermamente, anche se come dice sempre Alessio in privato quando ne discutiamo, “ma uno a scuola ci sta 5 ore, poi il resto della giornata torna in periferia”; questo è vero, ma la scuola ha da sempre un ruolo cruciale nella formazione della persona (socializzazione secondaria blablabla). Fare educazione per la pace, significa un educazione interculturale, in cui promuovere lo sviluppo del pensiero critico e aperto al cambiamento, e questo non vuol dire solamente far conoscere le culture diverse con banale “assimilazione”, ma promuovere l’integrazione e il multiculturalismo, che favoriscono a loro volta lo sviluppo di una “cultura della differenza” improntata al dialogo oltre che al riconoscimento di diritti, libertà e codici reciproci. Nelle nostre scuole (italiane ma anche europee) nonostante se ne parli da anni, e questo sia negli obiettivi dei programmi scolastici e talvolta condensato sotto la voce “educazione civica”, non sempre questa azione viene svolta nel modo appropriato per i motivi più svariati (che non mi metto ad elencare chesennònonfiniscopiù). Favorire questo tipo di educazione seriamente potrebbe fare la differenza, (e non parlo solo in maniera utopica, ma anche dal punto più materialistico possibile), fare un’educazione del genere anche per coloro che “non sono” e si sentono tagliati fuori dalla realtà in cui vivono, vuol dire fornire loro un’identità (LA loro), senza che questi vadano a ricercarla là, dove gli viene riproposta estremizzata; vuol dire togliere braccia all’esercito non solo dell’Isis ma anche a quello verde di Salvini.

È un ottima strategia e funziona se svolta nel modo “giusto”, pecca solamente in una cosa lo so, ci vuole tempo.

Chiara Falchi

 

L’educazione alla pace e all’integrazione passa certamente attraverso la scuola. Un mio amico una sera mi sorprese con questo suo piano per stabilizzare il medio oriente: si trattava di prendere giovani donne, farle fare percorsi di studi nei centri di eccellenza occidentale per poi reinserirle sul loro territorio in modo graduale affinchè entrassero nel corpo insegnanti e si facessero portatori di ideali di integrazione. Nel giro di una generazione questi germogli democratici sboccerebbero e I fondamentalismi avrebbero maggiori difficoltà nel reclutare i giovani. Peccato che per coltivare prima bisogna togliere le erbacce e questo significa azioni militari e la lezione che il male genera male non è stata ancora imparata, ma soprattutto inevitabilmente gli interessi dei poteri forti occidentali si insinuerebbero nel processo e allora sarebbe un colonialismo 2.0, la scintilla di autodeterminazione rimarrebbe e prima o poi il ciclo di insurrezione ripartirebbe. Anche perché la situazione è in mutamento continuo perché ISIS si fregia dello scettro della teocrazia islamica ma, come diceva Tommaso è soltanto un fascismo, anzi una banda di predoni nel deserto. Se si legge la lunga intervista fatta a questo ex agente di uno dei vari apparati di sicurezza dello Stato Islamico si capisce la caratteristica di galassia multicolore eterogenea di genti e situazioni diverse. Anzitutto la sharia non è rispettata da tutti in egual modo, e spesso viene usata più come strumento per riscuotere le tasse, vessazioni su ogni cosa dalle sigarette ai prodotti provenienti da zone “estere”di cui fanno parte anche i territori controllati da Assad o dagli altri ribelli (che fanno parte dell’ombrello omnicomprensivo del FSA); da questo punto di vista lo Stato Islamico è veramente un sistema feudale: elitè e governatori regionali che fanno gli affari loro, foreign fighters che spadroneggiano e fanno pure loro quello che vogliono, tra i più brutali e anarchici i caucasici moderni lanzichenecchi che sono temuti perfino dagli stessi siriani. Per non parlare della spudoratissima ambiguità della Turchia che permette il tranquillissimo andare e venire di chiunque tant’è che a Kobane sono stati visti guerriglieri di ISIS che mangiavano panini del McDonald e patatine che si sono procurati evidentemente al rientro dalla Turchia. In questo caos le varie agenzie di sicurezza e repressione dell’IS si tacciano l’un l’altra di essere infedeli ; il tizio intervistato ora ha un suo gruppo di guerriglieri anti Assad ma è scollegato dall’ISIS che accusa di non essere portatore della giusta jihad ma solo di violenza. Qualche settimana fa lessi un altro articolo di Vice che adesso non riesco a ritrovare di un francese che contattava un suo vecchio amico che aveva visto tramite facebook che era andato in Siria a unirsi all’ ISIS ma che ora faceva parte di Al Nusra (quelli di Al Quaeda) per lo stesso motivo. Ritornando all’educazione all’integrazione va fatta in occidente di modo che il terrorismo non possa sfruttare reti di collaborazione sul territorio degli stati bersaglio. Il problema è che non bastano vuote parole di fratellanza etc… bisogna andare in fondo capire quali sono i bisogni e i disagi di intere comunità che convivono in paesi ospiti.

Niccolò Sirleto

 

Stanno emergendo numerosi punti interessanti rispetto a quella che poi è l’idea generale. Ovverosia non soltanto interrogarci sul come questi fenomeni stanno trasformando la cultura superficiale occidentale a sacrificio della vera informazione ma anche e soprattutto tentare di spiegare sociologicamente il motivo intrinseco di questi eventi e della loro conseguenza nelle relazioni umane. Dal canto mio, anche se mi trovo parzialmente d’accordo con i ‘sostenitori’ della pedagogia come strumento educativo rispetto all’approccio con il mondo devo dire che questo tipo di movimenti a mio avviso non devono essere presi come fallimento del sistema educativo ma piuttosto di quello interazionale. Cerco di spiegarmi meglio perché mi rendo conto che a volte sono eccessivamente complicata. Secondo lui la socializzazione all’interno del gruppo deve essere esasperata quasi a livelli disumani per consentire al gruppo stesso di compiere azioni collettive poiché talvolta portano al rischio della propria vita. Allora se da una parte abbiamo una organizzazione di stampo militare che si adopera affinché si crei un gruppo unito a tal punto da giustificare la perdita di vita umana per qualcosa di più “grande” dall’altro abbiamo dei soggetti che si associano con intenzioni comuni e fini comuni che si uniscono per dare un senso alla loro vita fino al punto di perderla. Proprio l’assenza di una socializzazione con pari (mettiamoci dentro pure la questione della mediazione dei social che bla bla bla impediscono lo scambio diretto bla bla bla) porta ad inventarsene una che per quanto possa essere lontana in tutti sensi dalle dinamiche quotidiane del soggetto (vedi casi di gente che si unisce a is da tutto il mondo) diventa un motivo di aggregazione. Detto ciò non sottovaluterei la questione dell’impatto sul social perché secondo me in questa fase, ribadisco, mi perdonerete, è importantissimo sottolineare come quello che veniamo a sapere, quello che poi decidiamo di condividere e quello che ci circonda sia principalmente filtrato da facebook. Esempio lampante sono i numerosi status con la seguente dicitura grosso modo “Mark, ma l’immagine del profilo con la bandiera del Mali non la facciamo?” e simili.

Raffaella Maiullo

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