Se fare ricerca è un reato…

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È la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.Hubert

I fatti, prima di tutto.

14 Giugno 2013

Salbertrand (Torino). Una quarantina di persone vengono fermate dalla polizia in seguito ad una manifestazione presso una vicina ditta di calcestruzzo (la Itinera).

Il comunicato No Tav riporta:

“Così, dopo un’assemblea tenutasi in campeggio riguardo alle ditte che hanno ricevuto l’appalto, abbiamo deciso di fare una “visita” all’Itinera di Salbertrand: una delle aziende che con la sua produzione di cemento contribuisce alla distruzione della Val Clarea. Ci siamo recati davanti ai cancelli dell’azienda, dove si è svolto un volantinaggio. Successivamente ci siamo spostati verso la statale, dove siamo riusciti a bloccare due mezzi diretti verso la ditta.

Terminata l’iniziativa ci siamo diretti verso la stazione per prendere il treno e ritornare verso il campeggio. Giunti in stazione, però, siamo stati fermati e identificati dalle forze dell’ordine, che oltre ad aver svolto la loro abitudinaria opera di intimidazione, hanno rallentato le operazioni, con l’obiettivo di farci perdere il treno del ritorno.”

Tra le persone fermate, identificate e successivamente inquisite ci sono due ricercatrici: una laureanda presso la Ca’ Foscari di Venezia e una ricercatrice di sociologia di UniCal.

La laureanda sta preparando una tesi in antropologia sui movimenti, la ricercatrice sta facendo un lavoro non pervenuto. Le accuse mosse (a quanto ci è dato sapere ad ora) sono di

“[…] aver effettuato un blocco di un camion e l’ingresso nel recinto, con alcuni episodi di imbrattamento con scritte del tipo “No Tav” e “Basta devastazioni” (link)

Poi cosa succede? Succede che il processo inizia, le imputate/ricercatrici chiedono il rito abbreviato. Una viene assolta, l’altra no. A questo punto la storia si complica. In attesa delle motivazioni, scopriamo (sempre con i virgolettati) che

“[…] il pm Antonio Rinaudo ha affermato che la studentessa non si limitò ad osservare da semplice spettatrice, tanto vero che nella tesi racconta i fatti in prima persona plurale. […] Quello che per la difesa era un “espediente narrativo” era invece, per l’accusa, la prova del “contributo” alla dimostrazione.”

Inoltre

Per la studentessa veneziana il pm aveva chiesto 9 anni mesi”

Fine dei fatti.

Inizio delle opinioni

Trattare questo argomento, prescindendo dal contesto in cui si è sviluppato, è cosa assai difficile e di dubbia utilità. L’argomento No Tav (e più in generale quando si toccano i movimenti di contestazione e/o sociali) è un argomento che ha scatenato (e continua a scatenare) il peggio delle persone. Vale forse la pena di ricordare il caso di Davide Falcioni, giornalista indagato (e successivamente rinviato a giudizio) per la sua copertura del Movimento per AgoraVox (mica NoTav.info, eh, AgoraVox). Si trovava ad essere presente alla occupazione (pacifica, vale la pena ricordarlo) della GeoValSusa, una delle compagnie appaltatrici della Grande Opera. Quando partì il processo venne chiamato a testimoniare da alcuni membri del Movimento (o si è offerto, insomma, poco importa), e venne minacciato, in aula, di denuncia. Cosa che puntualmente si è verificata, e che porta a un rinvio a giudizio per il 20171Il breve resoconto con l’accusa di “violazione di domicilio”. Vale la pena notare che il suo passaggio da testimone a imputato ha fatto sì che la sua testimonianza diventasse nulla2Altro resoconto., privando gli imputati di quello che era l’unico presente “estraneo ai fatti”. Un bel risultato, sia per il diritto di cronaca che per l’equo svolgimento del processo. Simile il caso di Flavia Mosca Goretta, giornalista per Radio popolare Milano (link). Multata per aver “raccolto informazioni” in una manifestazione non autorizzata, scavalcando il “recinto”. Sarebbe bello parlare dello scavalcamento della recinzione che separa la versione ufficiale da quella vissuta dai protagonisti, o della recinzione fra giornalismo “desk” e giornalismo “sul campo”, ma la recinzione scavalcata è quella del cantiere al cui interno si stava svolgendo una manifestazione.  

E, infine, solo per rimanere sulla questione NoTav, ci sarebbe quella storia di Erri De Luca. Che, per carità, è stato assolto “perchè il fatto non sussiste”, ma intanto è stato processato per un “uso sconsiderato del vocabolario”. Almeno in quel caso si processava un’opinione, vediamola così.

Ricerca sul campo e problemi con la legge. Una storia vecchia.

Ricerca sociale e problemi con la legge sono una storia appassionata ed antica. A titolo puramente esemplificativo (gli esempi potrebbero essere MOLTI) ne indichiamo tre Il caso Adler², il caso Goffman-bis e il caso Regeni.

Il caso Adler&Adler

Estate 1974. Patricia Adler e suo marito Peter si trasferiscono in California. Hanno già in mente l’idea di studiare il traffico di stupefacenti, ma sanno anche di andare incontro a molte difficoltà in un campo così rischioso. L’idea migliore è rimanere in una zona periferica del traffico. Incontrano un loro vicino di casa, dal quale cominciano a comprare marijuana, oltre che a fumarla con lui. Questo permette loro di avvicinarsi al giro di consumatori/spacciatori di marijuana e cocaina, in maniera informale e, soprattutto, protetta. Grazie all’uso di erba (sulla trattazione relativa all’uso di sostanze psicotrope nella ricerca sociale vi rimandiamo ad un altro giorno) e alla confidenza che riescono ad ottenere, convincono alcune persone invischiate nel giro di spaccio a partecipare allo studio che stanno conducendo, facendosi intervistare. Le interviste verranno anche differenziate a seconda del fatto che l’interlocutore sia sano, fatto di coca o fatto di erba (i secondi si riveleranno essere quelli più ciarlieri dei tre).

La ricerca continua ad andare avanti, fino al 1980. Durante questo periodo, la cerchia degli intervistati si amplia, i dati raccolti aumentano, le interviste si susseguono e la paura della polizia si accresce con l’accrescersi delle informazioni ottenute. Va ricordato che i due rischieranno l’arresto in più di una occasione per le loro ricerche. Giusto per farvi presente che la ricerca sul campo non è un ballo pranzo di gala (semicit.)

Goffman-bis

Nel 2014 aveva destato grande scalpore e dibattito la pubblcazione di On the Run: Fugitive Life in an American City di Alice Goffman. Senza spendere troppe parole sul libro in sé (vi rimandiamo a questa recensione di Saitta e a,ehm ehm, “procurarvi” il libro), possiamo dire che si tratta di una etnografia di un quartiere nero di Philadelpia., incentrata in particolare sul rapporto fra giovani neri, criminalità e forze dell’ordine. Più che la importanza della ricerca in sé, quello che assume rilevanza qua è la poliedricità della polemica che ha suscitato. Possiamo individuare tre critiche che sono state mosse all’opera. La prima, interna all’accademia e rilevante all’interno della discussione accademica – ma non qua – , accusa la Goffman di essersi ammantata di una “negritudine” (note: non fate quella faccia, si può dire https://it.wikipedia.org/wiki/Negritudine) che in realtà non possiede e che, anzi, maschera il suo essere un soggetto privilegiato rispetto a quelli con i quali faceva ricerca. Una seconda, esterna all’accademia e meno rilevante dal punto di vista di questa, rivolgeva all’autrice l’accusa di aver falsificato ed esagerato degli avvenimenti interni al suo resoconto etnografico, offrendo così una descrizione non naturalistica degli avvenimenti. Questa critica, peraltro parzialmente smussatasi nel corso del tempo, si incentra su una concezione della ricerca sociale come “inchiesta”. Bell’argomento e tante cose interessanti da dire, cercheremo di affrontarlo un’altra volta. Si arriva infine alla critica mossa da Steven Lubet, il quale (oltre a criticare la mancanza di veridicità naturalistica), critica Alice Goffman sulla base di quella che a lui, professore di giurisprudenza, appare come una evidente violazione della legge. Sostanzialmente, dopo la morte di Chuck (coinquilino, gatekeeper ed amico della Goffman stessa), un gruppo di ragazzi del quartiere monta in macchina e va alla ricerca degli assassini. Goffman li accompagna. è plausibile pensare che gli intenti del gruppetto non siano pacifici, sono armati e frustrati. Questa, per Lubet, costituisce reato di corresponsabilità nella premeditazione di omicidio (“conspiracy to commit murder”), anche se poi nessuno morirà. La difesa dell’autrice è che quella situazione, così come viene raccontata nel libro, non esaurisce la concreta esperienza di vita vissuta: la sua partecipazione è legata proprio alla sua convinzione che, nei fatti, non sarebbe successo niente di illegale (link). Come poteva saperlo? Non lo sappiamo, perché in preda alla paranoia scatenata dalla polemica, la Goffman ha distrutto (legittimamente, peraltro) le sue note di campo (legittimamente sì, ma che perdita per la disciplina!). La questione rimane dunque aperta, soprattutto perché nel libro non si costruisce una giustificazione accademica all’accaduto: “I did not get into the car with Mike because I wanted to learn firsthand about violence. […] I got into the car because . . . I wanted Chuck’s killer to die. […] Looking back, I’m glad that I learned what it feels like to want a man to die—not simply to understand the desire for vengeance in others, but to feel it in my bones, at an emotional level eclipsing my own reason or sense of right and wrong. But to go out looking for this man, in a car with someone holding a gun? At the time and certainly in retrospect, my desire for vengeance scared me, more than the shootings I’d witnessed, more even than my ongoing fears for Mike’s and Tim’s safety, and certainly more than any fears for my own.”3La bibliografia riportata non è che una minima parte di quella disponibile

Regeni.

Regeni, che vi sbattiamo in faccia per ricordarvi quanto sia bello fare ricerca se i “cattivi” sono gli altri.

Regeni, che ha pagato il suo essere illegale, il suo muoversi oltre leggi che probabilmente considerava lui per primo ingiuste.  

Regeni, che ci ricorda che un dottorando italiano non va bene neanche da morto.

Regeni che “se se ne stava a casa sua non gli succedeva niente”.

Regeni che…

Die like an Egyptian – Murale di El Teneen

“Prima persona plurale” detta anche “osservazione partecipante”.

L’etnografia è una tecnica di ricerca che prevede l’immersione del ricercatore nel contesto che intende studiare4Atkinson et al. (eds.), Handbook of Ethnography, Sage 2001, e si basa sul comprendere e districare tutto quell’insieme di rappresentazioni del mondo, schemi cognitivi, spiegazioni inconsapevoli che gli attori quotidianamente mettono in atto. Se dovessimo spiegare l’etnografia a una persona che non l’ha studiata, potremmo fare riferimento a una sorta di ‘inganno’ benevolo per il quale una persona, il ricercatore, vive in un gruppo che non è il suo, con delle regole che non sono quelle che è abituato a seguire lui, con modi di fare e di dire differenti: una sorta di “seconda nascita”, insomma.

Nel corso del tempo, la narrazione etnografica ha teso sempre più verso la costruzione “densa”5Geertz 1973, The interpretation of cultures di un testo che sta sempre in bilico fra il resoconto “scientifico”6termine un po’ scomodo, ma diamolo per buono, graziee l’esposizione letteraria ed immaginifica della vita vissuta del ricercatore. Ci sono diversi impliciti in questo modo di scrivere ricerca. Tanto per iniziare, c’è un’importante assunzione di fiducia: il ricercatore è quello che è stato la, che ha vissuto sulla propria pelle il processo etnografico. Questo non vuol dire che le etnografie siano sistemi chiusi, tutt’altro, ma il racconto viene solitamente accettato per veritiero, mentre vengono discusse le sue implicazioni teoriche. Altra assunzione importante è che ci siano parti del testo e situazioni in cui la scrittura segue criteri differenti rispetto a quelli generalmente accettati nell’accademia. Come già detto, la prosa etnografica può confinare con l’arte letteraria, muovendosi sullo stesso accidentato terreno della rappresentazione e della metaforizzazione dell’esperienza in testo. Infine, un terzo implicito, è quello dell’auto-riflessività. Dato che – fortunatamente – la temperie dell’oggettivismo nelle scienze sociali, e a maggior ragione per quel che concerne la pratica etnografica, sembra essere passata, si è venuto affermando sempre di più un bisogno di riflessività, contrapposta alla trasparenza precedente. Così come altri padri fondatori della pratica etnografica,  Malinowski  considerava se stesso come trasparente, una lamina di vetro appoggiata sulla cultura osservata che permetteva al lettore di vederne il brulichio così come esso effettivamente avveniva. Ovviamente, questa lamina è anche deformante, ma questo ancora non si sapeva. Ci sono voluti soggetti come Geertz per sostituire alla lamina di vetro un gioco di specchi: l’etnografo non è più uno che permette di vedere e, eventualmente, disvela, ma un soggetto che interpreta e restituisce un’immagine, una rappresentazione7Sul ruolo dell’etnografo vedi anche Marzano, M. (2006) Etnografia e ricerca sociale, Roma: Laterza. Così il lettore si trova non più a guardare una realtà sociale attraverso un vetro deformante, ma vede l’etnografo nello specchio che guarda il riflesso di se stesso inserito in quella realtà sociale. Una volta che è chiaro questo meccanismo e quello della necessità di appropriarsi del contesto culturale nel quale si vuole fare ricerca, appare come l’utilizzo del noi sia contemporaneamente artificio narrativo, resoconto e testimonianza di un’esperienza direttamente vissuta, e appropriazione della cultura osservata da parte del ricercatore.

Che fare?

In attesa che la magistratura ci incrimini per concorso morale in concorso morale (è l’alba di una nuova era per gli psicoreati) o ci incrimini per il nostro lavoro sui movimenti fiorentini (Clash city network, sperando che non sia di spunto per il prossimo PM) cerchiamo, per quanto possibile, di dare la nostra solidarietà e il nostro sostegno alla ragazza di Ca’ Foscari (che ha un nome).

Qua potete trovare l’appello da firmare, qua le foto solidali


  • Panda;

  • Tom;

  • Il collettivo RossoMalPolo
    ;

Note   [ + ]

1. Il breve resoconto
2. Altro resoconto.
3. La bibliografia riportata non è che una minima parte di quella disponibile
4. Atkinson et al. (eds.), Handbook of Ethnography, Sage 2001
5. Geertz 1973, The interpretation of cultures
6. termine un po’ scomodo, ma diamolo per buono, grazie
7. Sul ruolo dell’etnografo vedi anche Marzano, M. (2006) Etnografia e ricerca sociale, Roma: Laterza

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