Suicide boys

In Rubriche, Spurie. Storie di correlazioni dannate. di Opificio Sociologico1 Comment

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Spurie. Storie di correlazioni dannate.
In questa occasione vogliamo presentare la nostra rubrica dedicata alle correlazioni. Un piccolo esercizio di stile in cui ci divertiremo (la parte in cui ci bruciamo il fegato rimane dietro le quinte) a modificare la realtà in modo da giustificare delle correlazioni spurie1Nella improbabile ipotesi che ci legga un non-addetto ai lavori (ciao mamma!): per correlazione si intende la dinamica statistica secondo la quale due serie di dati hanno un andamento “simile” (del tipo che quando raddoppia il prezzo del caffè, raddoppia anche il prezzo dello zucchero), e queste correlazioni sono spurie nel caso in cui questo sia dovuto esclusivamente al caso. Perché giustificare cose che non sono correlate? Da una parte per un certo humor nerd che a che fare con la nostra (wannabe) professione, dall’altro per dare un segnale. E il segnale è il seguente: non fidatevi. Negli ultimi anni assistiamo sempre di più all’utilizzo di dati raccolti male (teniamolo da parte, ci servirà una delle prossime volte) e interpretati peggio (quando vengono interpretati e non rimangono nel mistico olimpo dell’autoevidenza). Se un giornalista o un politico (di solito sono loro che lo fanno) vi dice che due cose sono perfettamente correlate, non fidatevi (ad esempio, nell’immagine qua sotto). Ascoltatelo, pensateci su, e poi decidete se quella era davvero una forma di causalità (e se l’interpetazione data a quella causalità era sensata) oppure no. Se no, insultatelo. Buon divertimento.

Il mestiere più duro del mondo. Essere sociologi vuol dire aver passato i (per voi, forse) migliori anni della propria vita imparando che le persone si muovono come maschere su un palcoscenico2Si, Goffman. Ancora. Per la precisione: Erving Goffman; La vita quotidiana come rappresentazione; Bologna: Il Mulino, che i gusti e le credenze che una persona ha sono, in ultima analisi, un riflesso della distribuzione del potere nella società3Ogni volta che citi Pierre Bourdieu; La distinzione. Critica sociale del gusto; Bologna: Il Mulino senza dirlo, muore un gattino, e che perfino la realtà è determinata dalla posizione sociale degli attori nello spazio e nel tempo4Peter L. Berger, Thomas Luckmann; La realtà come costruzione sociale, Bologna: Il Mulino.

Il suicidio ai tempi dei big data.

Il nostro è un mestiere duro. È un mondo difficile (e vita intensa) che seleziona darwinianamente solo i più adatti. Il numero di giovani sociologi passati indenni attraverso il percorso di dottoratura (dati USA) appare abbastanza stabile nel corso del tempo, una sinusoide che oscilla fra le 500 e le 600 unità annuali. Questa popolazione di giovani sociologi deve, però, fare i conti con una serie di problematiche: la scarsità di nuovi posti di lavoro; il fatto che nessuno ti dà mai abbastanza soldi per fare quello che ritieni utile; il fatto che nessuno – nessuno completamente sano di mente, almeno- assumerebbe un sociologo, rinomati scassamaroni; il naturale tasso di autoeliminazione degli stessi.

Ehi, aspetta, aspetta. L’ha detto davvero? Naturale… tasso… di autoeliminazione?

Ebbene sì. Scartabellando fra i dati concessici dai nostri ingenti fondi per la ricerca (due connessioni internet pagate dai nostri genitori), ci siamo imbattuti in quello che sembra essere un set interessante di variabili che presentano una forte rispondenza nell’andamento reciproco. In primo luogo, appunto, il numero di nuovi dottarati statunitensi, e il tasso di auto-eliminazione degli stessi.

Come si può apprezzare dalla tabella, c’è una chiara ed intensa correlazione fra questi due fattori. Ma per rendere veramente conto di un fenomeno che, da giovani ricercatori, ci tocca da vicino, dobbiamo fare un passo indietro. La quantità di giovani sociologi liberi di passeggiare con il loro titolo in tasca (e tutta la loro amarezza nel cuore) sembra collegarsi in maniera aperta e chiara anche a: 

Fondamentalmente, il coma etilico.

Società liquida. Socialità liquida.

L’alcol per un sociologo ha una doppia valenza. Da un lato la società è liquida perché l’alcol è lo strumento primario di socializzazione (Ziggy Starsociologist, conferma che era questo che intendeva?) e un sociologo, in particolare se utilizza metodi qualitativi, deve socializzare. Per socializzare dobbiamo bere. D’altro canto la costruzione di paradisi artificiali (Charles perdonali perchè non sanno ciò che fanno)  è il primo palliativo alla continua decostruzione della realtà che la nostra testa ci impone5quando parlo con la gente sento le voci di Berger e Luckmann nella testa, dottore, sono grave?. Bere dà al sociologo quell’aria da maudit dell’accademia che solo gli antropologi possono sperare di raggiungere (che peraltro siamo fondamentalmente la stessa cosa6Mi dissocio da quanto detto dal mio esimio collega (N.d.M), quindi sticazzi), ci rendono più simpatici quando usciamo dalla tana (in un convegno internazionale medio si beve più che sul set di Titanic), e può essere utilizzata come scusa per graziosi esperimenti e(t)nometodologici che altrimenti sarebbero considerate molestie del pubblico decoro. Fin da giovanissimi i sociologi sono indirizzati a questa prematura inculturazione all’habitus professionale dalle cene di fine corso con i docenti e i dottorandi.

Habitus, inculturazione, congiuntivi. Fermateci se non vi torna qualcosa.    

Il sociologo, man mano che sale nella piramide alimentare accademica®, scruta sempre di più l’abisso, ed è costretto a venire a patti con la realtà “deviante” e a sospendere la sospensione del dubbio (si torna là, alla fine: se tutto è costruito socialmente, l’unico modo per non impazzire è sospendere il dubbio, ma noi ci siamo scientemente preclusi questa possibilità). Il sociologo guarda nell’abisso ma è l’abisso a guardare dentro di lui. Ed è proprio a causa di questa concatenazione di responsabilità che cerchiamo il conforto del sonno della ragione nel fondo della bottiglia.

Non sempre il rimedio è sufficiente, e questo ci porta nuovamente dove eravamo partiti

Fight fire with fire. Automatic fire.

Sociologia è un corso avanzato in Demotivationals: a un certo punto il sociologo in erba è costretto a rendersi conto che odiare alcune persone, forse addirittura alcuni tipi sociali è uno spreco di tempo. Il vero dramma è strutturale, inserito tanto profondamente nei modelli culturali e cognitivi, che dirigere il proprio scoramento verso un soggetto fisico è perfettamente inutile. Lo stragismo, il massacro intenzionale di decine di persone, è una delle ipotesi che ci si prospettano. Peccato che non risolverebbe nessuno dei problemi di arroganza, incompetenza, dominio, sfruttamento, futilità che ogni giorno ci troviamo davanti. Farsi esplodere il cervello, invece, quella sì che è una soluzione. Ritornare alla matrice primigenia attraverso un atto che annulli tutte le disuguaglianze, tutto il rancore, tutto l’affanno.

La pistola in questo senso è l’arma che più di ogni altra fa per il sociologo. Piccola, compatta, maneggevole, facile da nascondere e da acquistare, la pistola ha in più il fascino dell’invariante funzionale, essendo la prima fra le armi moderne, e comunque ancora la più utilizzata. La pistola è piccola e, per questo motivo, si porta dietro un immaginario delle relazioni di prossimità che è brodo di giuggiole per uno di noi. A conferma di queste ultime due ipotesi, una terza tabella, che mostra una forte correlazione negativa fra sociologia, omicidio e utilizzo di armi pesanti: 

“Sociology leads to suicide” sostiene Baudrillard (o almeno così dice internet, magna mater della conoscenza nozionistica) e, per quanto riteniamo la generalizzazione una pratica barbara e abietta, possiamo ritenere sufficientemente vera questa correlazione. I dottorati in sociologia creano delle correlazioni a catena che manco il famoso effetto-farfalla (no, non quella di Belén, di quell’effetto farfalla ne parliamo un’altra volta).

Se la persona comune, l’attivista da tastiera, può bearsi della sua placida osservazione del mondo, e può permettersi di tuonare dal suo scranno d’ossa contro la  barbarie che impera, riproducendo esattamente ciò di cui si lagna, questa possibilità è preclusa al sociologo. Il sociologo si guarda dentro, e invece di vedere le cristalline strutture della società, vetrificate nel suo habitus, vede un gorgo nero in cui affogano le miserie del mondo.

Note   [ + ]

1. Nella improbabile ipotesi che ci legga un non-addetto ai lavori (ciao mamma!): per correlazione si intende la dinamica statistica secondo la quale due serie di dati hanno un andamento “simile” (del tipo che quando raddoppia il prezzo del caffè, raddoppia anche il prezzo dello zucchero), e queste correlazioni sono spurie nel caso in cui questo sia dovuto esclusivamente al caso
2. Si, Goffman. Ancora. Per la precisione: Erving Goffman; La vita quotidiana come rappresentazione; Bologna: Il Mulino
3. Ogni volta che citi Pierre Bourdieu; La distinzione. Critica sociale del gusto; Bologna: Il Mulino senza dirlo, muore un gattino
4. Peter L. Berger, Thomas Luckmann; La realtà come costruzione sociale, Bologna: Il Mulino
5. quando parlo con la gente sento le voci di Berger e Luckmann nella testa, dottore, sono grave?
6. Mi dissocio da quanto detto dal mio esimio collega (N.d.M)

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