The Danish Test

In Narrazioni, Rubriche di Opificio Sociologico1 Comment

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Narrazioni
Mondi complessi necessitano di spiegazioni complesse. Una categoria dedicata all’overthinking sui prodotti culturali che abbiamo amato o disprezzato. In qualche modo ci hanno colpiti.

Questo post nasce da una pippa mentale (termine tecnico, concedetecelo) che uno di noi si è fatto mentre era in treno. Come ci ricorda la serie del pendolare, in treno succedono cose strane, fra le quali, il fatto che si sia messo a pensare. Pensiero solo suo? Ovviamente no! Ed ecco che (purtroppo per voi) nasce questo nuovo post. Al netto di questo, la pippa riguarda The Danish Girl  e il suo rapporto con il Bechdel test.

Einar becomes Lili

Einar becomes Lili

Lo spiegone #1 – Il Bechdel test

Il test nasce come battuta fatta da un personaggio lesbica, per un pubblico (prevalentemente) di lesbiche femministe. Cliché. Posto un oggetto narrativo, il Bechdel Test si propone come uno strumento per valutare se questo sia in grado di offrire una visione di genere costruttiva, in grado di oltrepassare la normale rappresentazione stereotipata della donna, per proporre soggetti in grado di “muovere” la storia (o la storia nella storia) in maniera autonoma e indipendente dalla sfera maschile. L’antenato famoso del test è niente di meno che Virginia Woolf , che già osservava come non si potesse stare  in pace senza che degli uomini cercassero di monopolizzare lo spazio narrativo. Il test si basa su tre condizioni, che devono essere tutte contemporaneamente verificate, per ottenere il successo:

  • Nel racconto sono presenti almeno due donne.
  • Le due donne parlano almeno una volta tra di loro.
  • Le due donne parlano di qualcosa che non sia un uomo.
Sempre detto che Alien è un gran film...

Sempre detto che Alien è un gran film…

Pensando alle tre condizioni sopra enunciate riguardo al superamento del test, voi penserete che sia un gioco da ragazzi superarlo e che la differenza di genere non possa essere così protagonista nella cinematografia (nella maggior parte dei casi statunitensi). E invece, purtroppo non è così. Per quanto possa sembrare strano, anche nell’odierna epoca di personaggi femminili “forti”1Voi dite “personaggi maschili forti”? No, immagino. E quindi dire che un personaggio femminile è forte è già sessismo, di quello latente, culturale, profondo. Stacce., ci sono esempi illustri di robe che non passano il test. Tipo Avengers, nonostante Natasha Romanoff. O il primo Star Wars (sorry, princess Leia, not a day of hope for femenism in your galaxy). Anna Karenina? Sorry, nope.

Uno dei pochi film che supera il test è Thelma & Louise  (considerato un film femminista per eccellenza, grazie soprattutto però al finale da eroine che fanno però una brutta fine)2Giusto per farvi un’idea, considerando che con il Bachdel test sono stati analizzati 2178 film: http://www.gamesradar.com/50-greatest-films-pass-bechdel-test/.

Di norma, nei film (ma anche nei libri, nei fumetti, ecc.) succede che le donne in scena siano meno degli uomini; che parlino poco (meno degli uomini)3Ci sono studi che mostrano come in realtà gli uomini parlino molto di più delle donne in certe condizioni, quindi anche basta con quel luogo comune. A riguardo vedi http://time.com/2992051/women-talk-more-study; che spesso quando parlano, lo fanno in riferimento a un personaggio maschile. Il Bechdel test nasce come strumento per individuare questi casi. Il che non implica necessariamente il sessismo del film, ma quantomeno ci dice che non c’è una rappresentazione emancipata del soggetto femminile. Allo stesso tempo, non ci dice che il film è femminista: anche Biancaneve supera il test (solo grazie ad un dialogo con la strega verso la fine del film), ma si può contestare il suo femminismo4qua lasciamo la parola a questo articolo.

Questo perché il test è una semplificazione che non ci permette di garantire una reale emancipazione dei personaggi femminili.

Tornando a noi, posta questa introduzione, dopo aver visto The Danish girl abbiamo iniziato a pensare alle implicazioni che potrebbe avere rispetto al test.

Lo spiegone #2 – il film – Presenza  di spoiler. ATTENZIONE!

“Lili y Gerda”, Gerda Wegener

“Lili y Gerda”, Gerda Wegener

Nel film si racconta una fra le prime operazioni di cambiamento di sesso che non si risolve con la morte del paziente direttamente sul tavolo operatorio. Il soggetto in questione è un pittore danese che, attraverso vari sviluppi di trama, arriva a scomparire dietro a Lili, la sua personalità profonda, femmina.

Durante il film, questo passaggio da Einar a Lili non avrà ripercussioni soltanto sul pittore, ma anche sulla moglie stessa (Gerda) che, nonostante sia il trigger di tutta la vicenda, convincendo il marito ad assumere le sembianze di una donna ad una festa, si ritroverà all’improvviso a dover prendere coscienza del fatto (cosa per niente semplice, diciamoci la verità) che il marito non esiste più, ma che ha lasciato il posto alla cugina (Lili, appunto).

Nella parte finale, Lili rivela alla (ex?) moglie che solo adesso, dopo l’operazione e quindi dopo aver assunto a tutti gli effetti le “sembianze” femminili, può davvero essere se stessa. Questo apre la porta a un – purtroppo breve – passaggio sull’inculturazione di genere, sulla necessità di apprendere i codici culturali femminili canonici: come camminare e come gesticolare da donna, e sopratutto riuscire a trovare un lavoro che indichi in pieno lo stereotipo femminile (la venditrice di profumi in un negozio per donne).

Il film è tutto giocato sul rapporto fra i due personaggi principali, giocando sul filo dei sentimenti e della dialettica di coppia. In questo, riesce ad essere un’opera che riesce a essere romantica senza sentimentalismo o smanceria, ma rappresenta due personaggi complessi e maturi che si costruiscono a vicenda con il fluire della pellicola.  Complessi perché per Gerda non è facile accettare la “morte” del marito (nel film Lili insiste molto su questo punto. Einer è morto, non è semplicemente “andato in vacanza” e non può tornare quando la moglie ne ha bisogno) e quindi non può esitare a manifestare quanto ne senta la mancanza. Allo stesso tempo, però, le due donne continuano a vivere insieme, diventando sempre più complici: è Gerda ad incitare Lili a muoversi perché altrimenti farà tardi al primo giorno di lavoro ed è sempre lei che le starà vicino durante le varie operazioni, ricordandole che non può fare a meno di preoccuparsi per lei. Lili, dal canto suo, desidera che Gerda le stia accanto.

S’apre il dibattito

L’applicazione del test a questo film si rivela problematica. Da un lato, considerando l’essenza di Lili/Einar, pare chiaro come due femmine sullo schermo parlino fra di loro e si confrontino sul loro essere donne, affrontando peraltro la propria femminilità in maniera radicalmente diversa. D’altro canto, la scena viene monopolizzata da Einar/Lili, la cui mascolinità non cessa (non immediatamente, almeno) di avere i suoi effetti sulla percezione degli altri: quindi ci resta fra le mani un uomo, al quale culturalmente è dovuto spazio sociale proprio in funzione del suo essere uomo (infatti Gerda si allontana dalla scena per tutta la parte centrale, e arriva fino a giustificare la sua legittima esasperazione con “ho il ciclo”). Allo stesso modo, per buona parte del film, Hans (l’amico che in infanzia ha baciato Lili/Einar perché “era troppo carino”) parla con Gerda con il fine di portarsela a letto, più che perché realmente interessato all’amico di infanzia o allo stato psicologico di lei.

Il film non è sessista di per sé5non più della media dei film, almeno, ma probabilmente rientriamo in quanto dicevamo prima sulle difficoltà dello strumento nel cogliere sfumature e dinamiche complesse. Esistono già riproposizioni del test, fatte apposta per cercare di aggiungergli profondità, superandone le rozzezze.

Ad esempio il Mako Mori test risulta passato se il film ha:

  • almeno un personaggio femminile;
  • con un proprio arco narrativo;
  • che non è incentrato sul dare supporto a un personaggio maschile.

Anche se l’autrice non lo considera migliore del Bechdel test, ma complementare, in effetti è in grado di darci altre informazioni utili che potrebbero “sparire” attraverso il Bechdel test (ad esempio, se la protagonista contro tutto e tutti emerge come eroe emancipato, come esempio ci viene in mente Messenger – Joan of Arc, quello con la Jovovich, che a occhio non passerebbe il Bechdel test). Chiaramente, nel nostro caso, anche il Mako Mori test ha le stesse problematiche di applicazione del Bechdel, quindi proviamo a passare a un indicatore più specificamente legato alla tematica LGBT, il Vito Russo test:

  1. Il film contiene un personaggio che è identificabile come lesbica, gay, bisessuale e/o transgender;
  2. Questo personaggio non può essere caratterizzato esclusivamente (o prevalentemente) dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere (ovvero, deve essere composto da tratti unici, come quelli normalmente usati nel differenziare un personaggio etero dall’altro)
  3. La rimozione di quel personaggio LGBT avrebbe ripercussioni rilevanti sulla sceneggiatura, ovvero non è utilizzato meramente per “fare colore”, riprodurre “l’autenticità urbana” o (forse il più comune) offrire una punch-line . Il personaggio deve essere importante nell’economia della storia.

Transgender, non macchiettistica e fondamentale per la storia.

Ancora una volta il nostro film rimane ambiguo: se è evidente che la condizione 1 e 3 sono superate, che dire della 2?

Del resto, la maggior parte dei film che ritrae personaggi transgender, drag, lgb, eccetera cade nel tranello di sottovalutare uno di questi punti, in particolare gli ultimi due. Esempi positivi in questo senso possono essere Cloud Atlas, l’ultima stagione di American Horror Story, Mulholland Drive. Va altresì detto che esiste ancora un gap fra la rappresentazione delle donne e la rappresentazione del mondo lgbt, in quanto quella femminile è una prospettiva più “matura”, più legittimata e incorporata nelle narrazioni para-mainstream6il concetto di mainstream degli hipster verrà approfondito un’altra volta.

Forse, lavorando su una storia femminista del cinema, troveremmo che anche la questione femminile ha iniziato ad essere rappresentata a partire dalla liberazione della sfera sessuale femminile, arrivando poi a una maggior legittimazione di personaggi femminili a tutto tondo (e ancora non stiamo messi bene, come si diceva prima).

Per concludere

Quella che era partita come pippa mentale, si è trasformata in un discorso interessante che ci aiuta a “visualizzare” quanto sia difficile e sfumato parlare di queste cose (di conseguenza chi fa le chiacchiere da bar dovrebbe da starci muto), e che ci porta a inquadrare il problema della persistenza culturale di modelli ed espressioni per cui, ad esempio i maschi gay hanno comunque più spazio delle donne gay o dei trans. Ci ha aiutato anche ad inquadrare un prodotto culturale complesso all’interno di una rete di significati e connessioni che lo rendono ancora più complesso, proprio come piace a noi.

Appendice – Angese vs Lili: richiami sociologici

Vedendo e riflettendo su questo film non possiamo non tirare in ballo Garfinkel, etnometodologo che affronta un tema scottante come il transessualismo con il saggio Agnese7Garfinkel H. (2000) Il rapporto tra i sessi, Sassatelli R. (a cura di), Armando, Milano, che ruota intorno a una persona che, di sesso maschile alla nascita, decide di diventare una donna, ricorrendo alla chirurgia.

Lili e Agnese sono certe di essere delle donne, non hanno dubbi riguardo a questo. Rifiutano di essere etichettate come “transessuali”, sentono di essere delle donne e di conseguenza non esitano a mostrare un comportamento che si è soliti associare al genere femminile (al suo stereotipo più tradizional-maschilista): indossano abiti tipicamente femminili, adottano in pubblico un tono di voce dolce e soave e accettano tutte le forme di galateo previste dalla società. Società che tende a concepire sesso, sessualità e genere come status, senza percepirne la possibile mutabilità, accogliendo quindi con sbigottita perplessità la transizione, il passaggio, la fluidità. Come fa notare Garfinkel, questa metamorfosi è consentita solamente in determinate situazioni, all’interno di frame stabiliti, come il gioco, le feste in maschera, lo spionaggio.

Sia Lili che Agnese, però, in seguito a una festa non riescono a tenere separate la sfera quotidiana, dove l’individuo è spinto a agire in base al comportamento atteso (al sesso maschile deve corrispondere il genere maschile, che implica un comportamento maschile)  e quella del divertimento e della festa, dove per poco tempo è consentito loro trasgredire a questi comportamenti. Il disvelamento di un gioco inserito clandestinamente nella quotidianità, implica la mancanza del riconoscimento. Ecco che quindi c’è bisogno di una buona strategia dell’elusione8Goffman E. (1988) L’interazione strategica, Il Mulino, Bologna.che riesca a prevenire le mosse altrui, per evitare che la verità venga svelata: Lili diventa la cugina di Einar e Agnese evita qualsiasi esame medico che possa rivelare il suo sesso.

Tuttavia dovremmo tenere in considerazione il fatto che l’ambiente frequentato da Einar prima e da Lili poi si trova in un campo non convenzionale, ovvero quello degli artisti. In questo caso la trasformazione ha funzionato anche sotto il punto di vista delle relazioni sociali poiché l’essere eccentrici, diversi, inusuali non era un fattore generatore di emarginazione. Cosa sarebbe accaduto ad Einar se le contingenze sociali non gli avessero consentito di esprimere se stesso appieno? Avrebbe avuto la stessa “fortuna” se fosse stato un notaio o un avvocato, professioni a egida esclusivamente maschile? Anche nella più ottimisticamente emancipata Danimarca non ci sarebbe stato la stessa volontà di comprendere tale gesto. In questo caso, quindi, lo stereotipo ha dato una mano non indifferente alla trasformazione di Lili, protetta si può ipotizzare, da un mondo che accettava la diversità come dato di fatto e, a volte le rendeva anche delle opere d’arte (Come ad esempio ha fatto la stessa Gerda).

Accettare corpo, sesso e genere come costruzioni sociali (e in quanto tali soggetti al mutamento e non alla stasi) è una prassi quotidiana (una best practice!) che dovremmo darci.

 

Note   [ + ]

1. Voi dite “personaggi maschili forti”? No, immagino. E quindi dire che un personaggio femminile è forte è già sessismo, di quello latente, culturale, profondo. Stacce.
2. Giusto per farvi un’idea, considerando che con il Bachdel test sono stati analizzati 2178 film: http://www.gamesradar.com/50-greatest-films-pass-bechdel-test/
3. Ci sono studi che mostrano come in realtà gli uomini parlino molto di più delle donne in certe condizioni, quindi anche basta con quel luogo comune. A riguardo vedi http://time.com/2992051/women-talk-more-study
4. qua lasciamo la parola a questo articolo
5. non più della media dei film, almeno
6. il concetto di mainstream degli hipster verrà approfondito un’altra volta
7. Garfinkel H. (2000) Il rapporto tra i sessi, Sassatelli R. (a cura di), Armando, Milano
8. Goffman E. (1988) L’interazione strategica, Il Mulino, Bologna.

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